È fissato per la giornata di giovedì 7 Maggio lo storico viaggio del Segretario di Stato degli Stati Uniti nella Città Eterna, dove, stando alle ultime informazioni, Marco Rubio incontrerà Sua Santità Leone XIV e, probabilmente, anche il Presidente Giorgia Meloni o rappresentanti del Governo italiano.
In una situazione eccezionalmente complessa e tesa sia dal punto di vista della politica interna che della politica estera, gli Stati Uniti hanno deciso di tornare a Roma, l’antenata illustre della superpotenza a stelle e strisce, e mostrare il volto autorevole, risoluto, ma diplomatico ed aperto al dialogo, del Segretario di Stato per tentare una miracolosa e doppia riappacificazione: quella con l’esecutivo italiano e quella con il Vaticano, entrambe conseguenza diretta degli strappi diplomatici operati dal Presidente Trump con dure dichiarazioni indirizzate al Pontefice sul tema dell’operazione “Epic Fury”, l’attuale conflitto in Iran.
C’è chi ha improvvidamente gridato allo scandalo, forse non ancora abituato ai registri linguistici pungenti e alla dialettica ostile che ormai dovrebbero essere ben noti a metà del secondo mandato presidenziale di Donald Trump. Eppure, sia la relazione tra gli Stati Uniti ed il Vaticano (i due “imperi paralleli” definiti da Massimo Franco), e più in generale la relazione tra gli Stati Uniti ed il cattolicesimo sono sempre state oggetto di scontri, dibattiti e problemi di reciproca compatibilità.
Fin dalle origini, nel XVII secolo, con le prime migrazioni coloniali e le spedizioni missionarie europee nel continente americano, la religione cattolica è stata percepita come elemento estraneo in un Nuovo Mondo.
Le vicende storiche che hanno condotto uno sparuto numero di pellegrini e pionieri evangelizzatori a diventare un gruppo sociale tanto influente da vedersi rappresentato dal primo Pontefice americano meriterebbero di essere tenute in maggiore conto nella memoria tanto dei laici, quanto dei fedeli, poichè in esse i momenti fondativi della superpotenza americana e lo sviluppo (anche attuale) del suo destino politico e culturale sono profondamente intrecciati.
Viene da chiedersi (almeno, a chi scrive) come iniziò la storia del cattolicesimo nel Nuovo Mondo. Come fece per la prima volta una religione a compiere un audace balzo da un continente all’altro e a prosperare per secoli?
È opportuno cominciare presentando gli attori principali di questa lunga avventura.
Gli alfieri in prima linea, protagonisti della iniziale fase di contatto tra il cattolicesimo ed il continente americano furono gli ordini religiosi, in primis i Gesuiti ed i Francescani, nella loro efficace e duplice veste di “agenti” degli imperi del Vecchio Continente e di evangelizzatori.
Un primo e rilevante impulso alle opere missionarie nel Nuovo Continente fu infatti certamente impresso dalla Corona di Spagna, potenza colonizzatrice egemone del XVI secolo e fondatrice delle prime colonie nei territori meridionali degli Stati Uniti, fin dalla spedizione di Juan Ponce de Leon, che nel 1513 raggiunse l’odierna Florida.
I contatti ed i tentativi di conversione delle popolazioni indigene in fedeli sudditi cristiani della Corona di Spagna non furono sicuramente indolori (fra tante, la violenta ribellione degli indiani Guale nel 1598 vide ben sette vittime fra i Francescani ed il temporaneo abbandonodella missione), ma produssero una proliferazione di innovazioni ed abitudini continentali europee nella vita quotidiana dei nativi, come l’utilizzo di utensili in ferro, prima sconosciuti ai locali, la diffusione di nuove colture quali alberi di pesca o piante di melone e la introduzione di capi di bestiame ignoti, ad esempio i suini.
Il reciproco scambio di usanze e la delicata tensione fra mondo antico e nuovo ebbero un riflesso anche nel lavoro quotidiano dei pionieri cattolici, segnatamente nelle liturgie e nelle abitudini che scadirono la vita religiosa dei primi neo-battezzati.
È eloquente, ad esempio, che un manuale di catechismo tradotto e adattato alla conversione delle popolazioni indigene della California, perfino nella sua versione del 1790, riportasse una espressione linguistica riconducibile a “viscere” per tradurre il concetto cattolico di “anima”, tradizionalmente e culturalmente ignoto ai nativi. Inoltre, fu consuetudine a lungo mantenuta tra gli indiani cristianizzati l’offerta di vivande (zucche, fagioli e mais) presso i luoghi di sepoltura durante la ricorrenza di commemorazione dei defunti (All Souls’ Day), un evidente segno di continuità fra le antiche usanze indigene e la nuova vita dei neo-convertiti.
Anche nell’odierno Nuovo Messico l’influenza spagnola ebbe antiche radici, fin dalla prima missione francescana del 1598, “accompagnata”, per così dire, da una spedizione militare capeggiata da Juan de Onate, “re” del Nuovo Messico fino al 1606, quando la scarsità di profitti devoluti alla Corona spagnola lo constrinse alle dimissioni. Fu solo l’influenza impareggiabile dei discepoli di Francesco presso la corte di Filippo III di Spagna ad indurre la Corona a non abbandonare la missione, che divenne, sotto la fervente guida francescana, una delle più rigorose e rigidamente ortodosse di questa fase storica. Gli standard cattolici imposti dall’ordinereligioso, che spesso contemplavano punizioni corporali per chi non frequentasse la messa, il catechismo ed i vespri quotidiani, ebbero molta difficoltà ad essere accettati dalla popolazione locale, soprattutto con riferimento alla più radicata consuetudine indigena checonfliggeva apertamente con i dettami della Chiesa (la poligamia). Furono in particolare i ceti più elevati e gli individui più carismatici fra i nativi ad essere più apertamente ed aspramente ostili agli insegnamenti della Chiesa, tanto da condurre a violente ribellioni come quella capeggiata dallo sciamano Popè, un indiano Tewa, nel 1680, che causò orribili torture e centinaia di morti fra i coloni ed i sacerdoti francescani.
Si realizzerebbe una colpevole omissione se, oltre alle vicende spagnole, non si citasse anche il particolare ruolo delle missioni cattoliche francesi nei territori americani nel XVI e XVII secolo.
L’ottica francese fu diversa da quella spagnola, poichè la visione del Nuovo Mondo secondo la lente francese non era volta alla costituzione di un impero di territori conquistati, ma allo sviluppo di interessi di carattere esclusivamente commerciale (commercio di pellicce con gli indigeni, principalmente).
Fra i maggiori insediamenti dei missionari francesi, principalmente gesuiti, che affiancavano le spedizioni commerciali possono essere ricordati quelli nella regione dei Grandi Laghi e lungo il Mississippi nati nel decennio del 1660, nonchè le forti presenze sia nei territori di St. Louis, Detroit, del Maine e a nord del Lago Ontario.
I missionari francesi si integrarono al meglio delle loro possibilità nel tessuto sociale indigeno e nella vita tribale, raggiungendo impressionanti conoscenze delle lingue locali e delle tradizioni native, cimentandosi in battute di caccia invernali, nell’utilizzo dell’abbigliamento tribale e perfino nell’uso di nomignoli e diminutivi indiani con cui erano più facilmente riconosciuti dalla comunità.Come specificato dal missionario gesuita Jean de Brebeuf “Se puoi trasportare il carico di un cavallo sulla tua schiena come fanno loro, solo allora potrai essere considerato degno ai loro occhi”.
Nonostante questi impressionanti progressi nella integrazione culturale, anche le missioni francesi furono spesso oggetto di ribellioni o di veri e propri raid armati da parte delle più belligeranti popolazioni indigene, come quello degli Iroquis, che condusse alla morte di quattro sacerdoti gesuiti, fra cui il citato Jean de Brebeuf, ma non prima che quest’ultimo eroicamente battezzasse quanti più nativi possibile in vista dell’imminente attacco.
Gesta, insomma, degne non solo di martiri della fede ma anche di pionieri fondatori di nazioni che ispirarono perfino indigeni convertiti a vivere secondo le più alte virtù cattoliche (si allude a Catherine Tekawitha, una giovane Mohawk canonizzata dalla Chiesa nel 2012 e simbolo della nuova generazione di fedeli del Nuovo Mondo).
Passando invece alle vicende inerenti alle tredici originarie colonie britanniche che diedero vita al primo nucleo degli Stati Uniti d’America, si può rilevare che, fra il XVII ed il XVIII secolo, i cattolici che vi risiedevano erano una vessata minoranza e vivevano quasi esclusivamente negli stati del Maryland e della Pennsylvania, gravati da rilevanti difficoltà di integrazione e umiliati da pesanti discriminazioni nella vita politica e civile.
Lo stesso fondatore della Pennsylvania, William Penn, considerava apertamente i cattolici romani come degli impostori e non degli autentici cristiani.
Nella mentalità tipicamente inglese dei primi coloni, la concezione pesantemente negativa poggiava infatti sulla convinzione che i cattolici fossero intrinsecamente ostili, da un punto di vista culturale e politico, ai poteri costituiti, a causa della loro intollerabile fedeltà e devozione nei confronti del Pontefice, che veniva considerato alla stregua di un qualunque potere secolare straniero e nemico.
In diverse giurisdizioni, i cattolici erano addirittura banditi, come nel Massachusetts, in cui, secondo una legge del 1647, ai preti cattolici era proibito anche solo l’ingresso entro il territorio coloniale e la seconda violazione di tale divieto era sanzionata con la pena capitale.
Le ostilità contro i cattolici furono molto intense anche negli stati in cui fu loro permesso di soggiornare, come nel Maryland, in cui, con una vera e propria spedizione armata nel 1645, i protestanti espulsero i Gesuiti mettendo a serio repentaglio la loro spedizione missionaria.
Gli scontri si acuirono poi pochi anni dopo, come riflesso della guerra civile che all’epoca dilaniava l’Inghilterra, e tra il 1645 e il 1660 i cattolici del Maryland furono vittime di ben tre rivolte armate. L’esito della Glorious Revolution inglese, con l’ascesa al trono di Guglielmo I, non migliorò la condizione dei cattolici, che furono privati di tutti i diritti politici e religiosi.
In tali aspre condizioni, gli strenui cattolici del Maryland continuarono a resistere in semi clandestinità e i preti itineranti, nei primi decenni del XVIII secolo, continuarono ad operare come cappellani, celebrando la Messa anche solo una volta al mese dove potevano, spesso in isolate dimore di campagna, fino a che nel 1760 le cappelle cattoliche regolarmente visitate nel Maryland crebbero fino a 50.
Cosa rese una religione bandita e illegale (underground church) così attraente?
Si ritiene che una differenza marcata rispetto al cattolicesimo francese e spagnolo, all’epoca concentrato sul culto dei santi e delle reliquie, fu la causa di questa maggior compatibilità con le popolazioni coloniche americane: un cattolicesimo più austeramente spirituale, di sentimento più particolarmente britannico, che metteva al centro la figura di Cristo (christocentric) ed si mostrava piùsensibile alla tradizione dell’umanesimo gesuita fu la chiave per conquistare i cuori americani. Il più diffuso libro di preghiere dell’epoca, The Garden of the Soul di Richard Challoner è eloquente nel definirsi un “breve esercizio di preparazione alla morte, che può essere utilizzato ogni giorno”, segno chiaro e inequivocabile che per essere accettato nel Nuovo Mondo anche il cattolicesimo dovette subire delle trasformazioni.
Gli inizi del XIX secolo fino al 1870 videro il cattolicesimo “crescere con la Nazione” (per citare di nuovo “American Catholics” di Leslie Woodcock Tentler, fondamentale testo in materia) anche grazie all’opera di preti di frontiera itineranti, come l’italiano Samuel Mazzuchelli, che dopo aver sposato la causa dell’ordine Domenicano, operò nel Wisconsin, con una “parrocchia” di quasi 400 miglia di estensione lungo il Mississippi e si fece notare per i rapporti amichevoli con i non-cattolici, per la instancabile costruzione di quasi 20 chiese nell’Iowa e nell’Illinois e per l’eloquenza nel rivolgersi al pubblico, in occasioni non solo religiose ma anche civili (si ricorda ad esempio il suo augurio di lunga vita alla Repubblica statunitense per l’Independence Day del 1836).
Forti anche di questa rinnovata componente patriottica, i preti di frontiera ben presto si moltiplicarono, anche grazie all’immigrazione di sempre più individui dal continente europeo, ed il numero delle diocesi crebbe notevolmente: dalle cinque diocesi del Maryland nel 1808 si arrivò alle quarantuno diocesi del 1854, incluse 7 arcidiocesi. I vescovi iniziarono anche a dare vita ad una organizzazione di dimensione ormai nazionale che si riunì in concilii in ben 7 occasioni tra il 1829 ed il 1847.
Fu il volume sempre crescente di immigrati europei cattolici (in primis irlandesi, tedeschi e italiani) fra il 1880 e gli inizi del Novecento (fino alla brusca frenata dovuta alle leggi federali restrittive del 1920) a determinare un decisivo sprint nella diffusione del cattolicesimo tra gli statunitensi. Si stima, a titolo di esempio, che in questo periodo a Chicago almeno un terzo degli insegnanti di scuola pubblica fossero donne cattoliche.
Esaminando i dati, si ha dunque la chiara impressione di un gruppo sociale (pari a 20 milioni di persone nel 1920) essenziale alla crescita e alla maturazione di una nazione in un periodo, come quello di fine Ottocento, che vide l’esplosione della seconda rivoluzione industriale e l’innescarsi di cambiamenti sociali epocali ed irreversibili.
Con la crisi spirituale ed il nichilismo causati dal primo conflitto mondiale, il cattolicesimo americano si fece trovare pronto a passare “dai margini al centro” della vita spirituale statunitense (cit. American Catholics) e a colmare la mancanza di fiducia e il vuoto di principi e convinzioni delle coscienze conseguenti agli orrori bellici. La vita intellettuale cattolica trovò infatti viva e rinnovata forza nel progressivo aumento della qualità dell’educazione e degli insegnamenti forniti da istituti e scuole cattoliche, mentre invece le istituzioni secolari cessavano di rappresentare punti di riferimento della comunità per venire sempre più additate come luoghi non adatti all’educazione morale del giovane cittadino.
Se una temporanea flessione dovuta alla Grande Depressione fu responsabile di una contrazione dei numeri di iscritti, dopo la prosperità portata dal periodo successivo al secondo conflitto mondiale la partecipazione della popolazione americana ad iniziative educative cattoliche raddoppiò, fino a raggiungere i due terzi della gioventù di Chicago entro l’anno 1960. Parallela fu anche la crescita dell’istruzione superiore di matrice cattolica, che nel 1926 poteva annoverare ben 69 colleges ed università accreditati presso la Catholic Educational Association. Fu anche grazie a questa consolidata struttura socio-intellettuale che le riforme dettate dal Concilio Vaticano II (1962-1965) incontrarono negli Stati Uniti una conferma ed una validazione più che una critica. Il rispetto per le altre religioni, il dialogo, l’accettazione di un ruolo attivo nella storia e la lenta trasformazione di una religione fondata sulla tradizione in una religione progressista furono avvertiti come congeniali dai cattolici americani più eruditi, ed in particolare da una buona parte dei sacerdoti, i quali iniziarono ad impiegare e a diffondere l’uso di eloquenti concetti come “partnership”, “cooperation” e “People of God” nei loro dialoghi con i fedeli.
Nonostante il Concilio non avesse risolto temi dirimenti come la contraccezione, l’omosessualità, l’integrazione di fedeli non occidentali nella comunità cattolica e la perenne tensione fra il centro (Roma) e le periferie della comunità, i principi conciliari furono di impulso per la nascita di una nuova morale fra i laici e per il rafforzamento delle conferenze episcopali statunitensi.
I padri conciliari promossero la diffusione, ben accolta dai fedeli americani, di una forma più snella di liturgia, dalla quale venivano eliminate alcune componenti rituali consolidate nei secoli, e aggiunte delle altre, come i canti congregazionali, il tutto in nome della “nobile semplicità” del cattolicesimo delle origini.
Le riforme non impattarono solo sulla vita sacerdotale e sulle liturgie, ma anche più concretamente sulle abitudini dei fedeli: famoso esempio fu l’abolizione nel 1966 da parte dei vescovi americani del tradizionale digiuno precedente alla comunione, già alleggerito da Pio XII ad un breve periodo di sole 3 ore nel 1953.
La frenetica successione di riforme tanto intense come quelle conciliari, abbinate ai turbolenti e rivoluzionari cambiamenti sociali che iniziarono in tutto l’Occidente dal 1960 in avanti, trasfigurarono in modo decisivo il volto della Chiesa statunitense: dispersione della pfede, nichilismo, allontanamento dei fedeli dai sacerdoti, ormai privati dal Concilio del loro tradizionale status, caratterizzarono decenni dolorosi e sofferti per la vita cattolica.
Per molti cattolici, nati nella leggenda dei preti missionari che viaggiavano a cavallo in lande sconfinate per visitare i fedeli, ormai l’unica occasione di incontro e di contatto con il sacerdote era la sporadica confessione.
Gli stessi sacerdoti furono profondamente scossi da quei difficili anni di transizione. Si registrò una forte frustrazione nel clero, che si sentiva depauperato e svilito dal nuovo ruolo consegnatogli dal Concilio, oltre ad un forte calo delle vocazioni, congiunto ad un nutrito numero di sacerdoti che lasciarono il ministero tra il 1965 e il 1975 (quasi il 10% del clero verso la fine degli anni 70).
A ciò si aggiunse la dolorosa decisione di chiudere diverse chiese soprattutto nelle aree del Northeast e upper Midwest, a causa della penuria di sacerdoti e dell’abbandono delle città sempre più caotiche ed affollate da parte dei cittadini (molto spesso di etnia bianca).
I dibattiti sociali ed i grandi temi che sconvolsero le coscienze americane nei turbolenti anni Sessanta e Settanta (inclusa la celebre sentenza Roe v. Wade sulla legalizzazione dell’aborto e l’aumento dei flussi migratori) furono in qualche modo mitigati dall’avvento al soglio pontificio di Giovanni Paolo II, un papa energico, deciso e vigoroso che attrasse molta attenzione e devozione soprattutto fra i fedeli americani. Il primo papa non italiano dopo 455 anni aprì spiragli di luce in un mondo sempre più complesso e multipolare in cui non fu insolito sentire il pontefice cattolico prendere le parti degli ebrei, dei musulmani e attirarsi le simpatie dei giovani.
I vescovi nominati dal papa polacco, spesso più conservatori dei predecessori, seppero talvolta tornare ad una dimensione più locale e meno ambiziosa, rinunciando a prendere parte a dibattiti pubblici di ampio respiro per concentrarsi sulle diocesi.
Eppure il tentativo di normalizzazione di Roma sulle periferie non riuscì del tutto nè fu utile a distrarre i fedeli americani dalla convinzione che i leader della loro Chiesa, spesso impegnati in dichiarazioni programmatiche degne di uomini politici, sostenessero in pubblicoposizioni opposte da quelle della loro vita privata (come disse il giornalista Peter Steinfels), ed in particolare sui temi dell’aborto, delle unioni omosessuali e degli scandali di abusi che tormentarono la chiesa americana e non solo tra gli anni 90 ed i primi anni 2000.
Fu questa la Chiesa americana che Benedetto XVI nel 2008 e Francesco nel 2015, ognuno a modo suo, incontrarono durante le rispettive visite apostoliche. Entrambi i papi furono accolti con calore, entrambi con l’attenzione riservata agli ospiti di grande peso spirituale e soprattutto politico: il presidente Bush addirittura accolse Joseph Ratzinger alla base area di Andrews invece di attenderlo alla Casa Bianca e Francesco fu il primo pontefice a rivolgersi ad un seduta comune del Congresso.
Ora che l’Anello Piscatorio è al dito di Robert Prevost, la Chiesa romana e la Chiesa americana sono un tutt’uno, una fusione di un civis romanus e un civis americanus (cit. Piero Schiavazzi “La Roma di Leone è croce e centro del mondo” in Limes 11/2025) nella stessa persona.
Una sottile coincidenza porta sulla cattedra di Pietro un americano di Chicago, missionario in Perù, continuatore moderato del papato bergogliano, proprio mentre gli Stati Uniti di Donald Trump lottano per mantenere l’egemonia a stelle e strisce in patria (sul continente) e all’estero.
Mai come nell’occasione del viaggio diplomatico di Marco Rubio, Roma ed il Vaticano si presentano come centro nevralgico e camera di compensazione delle maggiori tensioni politiche, ideologiche e religiose del presente e del futuro. Ancora una volta la Città Eterna sarà “capitale del cattolicesimo” ma anche fondamentale “croce tra Est e l’Ovest, tra il Sud e il Nord” del mondo (cit idem P. Schiavazzi).