Perdono presidenziale : è il turno di Assange?

Il primo ed unico mandato del Presidente Trump volge ufficialmente alla scadenza.

Perfino il majority leader del partito repubblicano, Mitch McConnell, si è recentemente congratulato con Joe Biden, riconoscendone la qualità di presidente eletto.

Un ultimo baluardo teorico per i trumpiani più irriducibili sembra risiedere nel datato e mai testato prima Election Count Act del 1887, secondo il quale anche i voti dell’Electoral College ufficializzati il giorno 14 Dicembre potrebbero essere messi in discussione tramite opposizione di deputati e senatori durante un’apposita seduta del Congresso.

Tuttavia, i media e la maggior parte dell’opinione pubblica si stanno concentrando sull’ultima fase del mandato presidenziale, che probabilmente vedrà presto la comparsa del suo atto più tipico e frequente: il presidential pardon.

Il perdono presidenziale è un atto di grazia individuale concesso dal Capo dello Stato americano i cui tratti poco differiscono dall’istituto omonimo riconosciuto dall’articolo 87 della Costituzione italiana in capo al Presidente della Repubblica.

Come è noto, gli atti di clemenza sono un retaggio comunemente accettato della transizione dalle forme di stato monarchiche a quelle repubblicane; tutt’oggi, sia il presidential pardon che la grazia del presidente italiano mantengono infatti la caratteristica di essere atti sovrani, esercitabili cioè a completa discrezione dell’organo monocratico a cui ne è attribuita dalle costituzioni statali (o federali, nel caso dell’Article II sec. 2 di quella americana) la facoltà d’esercizio.

Il loro fondamento risiede nella necessità di temperare il rigore dei sistemi sanzionatori per dare modo al Capo di Stato di valorizzare circostanze eccezionali che legittimino l’esenzione di un individuo meritevole dalla “persecuzione” da parte della macchina della Giustizia.

Come scriveva lo stesso Alexander Hamilton nei Federalist Papers (N. 74), con parole pervase di illuminismo rivoluzionario: “…il codice penale di ogni Paese attinge talmente tanto alla necessaria severità, che senza un facile accesso ad eccezioni a favore di una colpa sventurata, la Giustizia vestirebbe panni troppo sanguinari e crudeli.”.

In realtà, sebbene la sostanza dell’atto rimanga intrinsecamente discrezionale, anche il pardon è soggetto a dei minimi oneri procedurali: una formale richiesta di grazia deve essere inviata all’ufficio del Pardon Attorney presso il Dipartimento di Giustizia, perché sia debitamente valutata.

Se la richiesta presenta caratteri di meritevolezza, essa viene indirizzata dal Dipartimento di Giustizia al Presidente sotto forma di raccomandazione, come tale firmata dal Vice Procuratore Generale (Deputy Attorney General).

Proprio come la grazia italiana, il pardon è una causa di estinzione della pena, ovvero esenta il beneficiario dallo scontare qualunque pena a cui sia sottoposto, oltre a garantirgli il pieno reintegro di posizioni soggettive e diritti di cui il condannato sia stato privato a titolo di sanzione accessoria.

Ad esempio, un condannato per crimini violenti potrebbe, in conseguenza di un perdono presidenziale, tornare ad essere titolare di un regolare porto d’armi precedentemente revocato o sospeso.

Questa forma di clemenza però è molto spesso impiegata per individui liberi, non solo in pendenza di procedimenti a loro carico, ma anche quando questi ultimi non siano nemmeno stati imputati d’aver commesso alcun reato.

È celebre infatti il caso del Presidente Nixon, perdonato dal successore Gerald Ford nonostante, in seguito alle turbolente dimissioni dovute allo scandalo Watergate, non gli fosse ancora stata imputata la responsabilità di alcun atto illecito.

Un atto dunque, dalla forte valenza simbolica, sebbene occorra precisare come esso non fornisca alcun tipo di immunità sostanziale o procedurale al soggetto perdonato: egli rimane naturalmente sottoponibile ad indagini, imputabile e condannabile per qualunque altro crimine abbia commesso prima o dopo la grazia.

Se la giurisprudenza costituzionale italiana (sentenza n.200 del 2006) ha sottolineato che il provvedimento proprio del Presidente della Repubblica deve avere finalità essenzialmente umanitarie, l’omologo atto statunitense conserva invece un forte significato politico.

Un autore non certo amico dell’attuale presidente, Jack Goldsmith, ha calcolato che l’88% dei quarantuno perdoni complessivi disposti dal Presidente Trump aveva infatti una forte motivazione personale o politica.

La stessa (generalmente accettata) esigenza ha mosso, per esempio, anche Bill Clinton, durante la sua ultima settimana di mandato nel 2001, quando il finanziere Marc Rich, noto e generoso contributore alle iniziative politiche dei coniugi Clinton, venne graziato dalle accuse di elusione ed evasione fiscale; oppure ancora, quando nel Dicembre 1992 il Presidente George Herbert Walker Bush perdonò ben sei imputati nello scandalo Iran-Contra, caso riguardante il traffico illecito di armi tra il regime islamico iraniano ed alte sfere governative.

Stando ai precedenti storici, è dunque ragionevole aspettarsi un perdono presidenziale che farà discutere, da qui al 20 Gennaio prossimo.

Già il perdono del generale Michael Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente, aveva stimolato non poco l’opinione pubblica, dopo che nel 2017 il militare aveva ammesso di aver mentito all’FBI su suoi contatti con l’ambasciatore russo.

Sgonfiato il clamore mediatico sul tema a causa delle inconcludenti risultanze dell’indagine del Procuratore Speciale Mueller, cadde temporaneamente nel dimenticatoio anche il dibattito sui possibili perdoni “illustri” del Presidente.

Senonché, da qualche giorno, sul punto si susseguono voci che sembrano avere dell’incredibile.

Il nome che circola in ambienti giornalistici conservatori sul possibile ed imminente perdono del Presidente Trump è quello di Julian Assange.

Il nome del fondatore di Wikileaks, figura ormai da qualche anno per lo più ignorata dai media, è sicuramente destinato a far discutere, sia che il presidential pardon vada a buon fine, sia nel caso contrario.

La giornalista Cassandra Fairbanks, nel corso del podcast del collega Tim Pool, ha recentemente annunciato che Julian Assange avrebbe presentato una formale richiesta di perdono presidenziale e che la sua candidatura sarebbe attualmente oggetto di scrutinio da parte degli uffici competenti.

Ci si potrebbe chiedere perché un Presidente repubblicano come Donald Trump, che dall’inizio del suo mandato ha sostenuto con vigore la necessità di fornire alla sua nazione l’apparato militare e di intelligence più all’avanguardia della storia (aumentando la voce di spesa pubblica per il Dipartimento di Difesa fino a quasi un trilione di dollari) voglia perdonare un hacker il cui obiettivo dichiarato è sempre stato il sabotaggio delle forze armate statunitensi.

Una spiegazione potrebbe trovarsi ricordando la difficoltà in cui le rivelazioni di Wikileaks sulla guerra in Afghanistan e sulla campagna in Iraq (i c.d. war logs) misero l’amministrazione Obama.

Il presidente democratico ed il suo celebre Segretario di Stato (Hillary Clinton) si trovarono infatti sotto il fuoco incrociato di stampa ed opinione pubblica nell’autunno del 2010 quando vennero divulgate scioccanti informazioni riguardanti il trattamento dei prigionieri in Iraq: questi soggetti sarebbero stati ripetutamente consegnati dalle forze armate americane a quelle irachene in piena coscienza dei trattamenti disumani e delle torture da questi assiduamente praticati.

Nel vastissimo database dell’hacker australiano (circa 75 mila documenti riservati sulle operazioni militari USA, trafugati dal famoso soldato semplice Bradley Manning), in altre parole, sarebbero stati documentati circa 1300 casi, completi di cartelle cliniche e perizie mediche, che testimoniavano la sostanziale commissione da parte dell’amministrazione Obama di crimini di guerra in violazione della Convenzione di Ginevra.

Una macchia piuttosto indelebile sul curriculum del Presidente che, appena un anno prima, aveva ottenuto il Premio Nobel per la Pace.

Non solo. Assange avrebbe anche documentato un uso abnorme dell’apparato diplomatico degli Stati Uniti, i cui rappresentanti, sotto la guida del Segretario di Stato, avrebbero agito sotto una abituale cappa di corruzione allo scopo di commettere veri e propri atti di spionaggio nei confronti di potenze estere.

Inutile ricordare poi quello che da molti è stato interpretato come un aiuto di Julian Assange alla causa di Donald Trump nel 2016, nell’imminenza delle elezioni presidenziali, quando pubblicò decine di migliaia di emails dell’ex Segretario di Stato e candidato democratico alla Casa Bianca in cui si potevano leggere le opinioni scomode di Hillary sui governi colpevoli di aver finanziato ISIS, la sua diffidenza nei confronti del compagno di partito e Sindaco di New York Bill DeBlasio, e perfino alcune sue considerazioni molto franche sulla chiacchierata vita sessuale del marito Bill.

Come prevedibile, colui che era stato incensato (frettolosamente) come paladino della libertà di stampa e di opinione solo pochi anni prima venne prontamente condannato ad una infamante damnatio memoriae. Non pochi tra gli opinionisti delle tv americane in quegli anni osavano definirlo un terrorista che avrebbe dovuto essere abbattuto con un drone.

Ebbene, questo personaggio anarchico, indecifrabile, cinico e controverso potrebbe tornare a calcare presto le prime pagine dei giornali.

Chissà in quali vesti, questa volta. E con quali nuove polemiche a contorno.

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