Dr o Jill Biden? First Ladies e potere.

Una curiosa questione sta dominando il dibattito americano in queste ore.

La recente ordinanza di rigetto della Corte Suprema, con cui è stata dichiarata la carenza di interesse ad agire dello stato del Texas per quanto riguarda i risultati elettorali di altre giurisdizioni, pare aver sancito la definitiva sconfitta del team legale del Presidente Trump.

Con l’elezione ufficiale di Joe Biden da parte dell’Electoral College fissata nella giornata del 14 Dicembre, i media sembrano aver definitivamente archiviato l’esperienza Trump ed appaiono concentrati sul prossimo inquilino della Casa Bianca.

O meglio, sulla sua famiglia.

La responsabilità di aver innescato le recenti polemiche deve essere attribuita ad un articolo di Joseph Epstein apparso venerdì sul Wall Street Journal (“Is There a Doctor in the White House? Not if You Need an M.D.”).

L’autore, giornalista, scrittore e stimato accademico, si è attirato le ire della stampa e dell’opinione pubblica per aver messo in discussione il titolo onorifico “Dr” (“doctor”) con cui la futura First Lady Jill Biden si presenta e viene abitualmente presentata al grande pubblico.

Il nocciolo dell’articolo non intendeva certamente insinuare che i due Master’s degrees, il Bachelor’s degree (che non sarebbero altro che lauree magistrali e triennali, per usare i termini italiani meno altisonanti) e il Ph.D. (diploma di dottorato) conseguiti dalla brillante consorte di Joe Biden nel campo dell’educazione e dell’insegnamento non siano autentici.

È infatti noto che la stessa Jill si è laureata all’Università del Delaware con una tesi sui bisogni degli studenti nelle università pubbliche americane (“Student Retention at the Community College: Meeting Students’ Needs”) e che ha svolto normalmente la professione di insegnante di inglese in vari istituti di istruzione superiore, anche durante i due mandati vice-presidenziali del marito nell’amministrazione Obama.

Ciò che Epstein ha voluto proporre ai suoi lettori non è stata certamente una questione di merito, ma una di mera opportunità.

Nell’articolo incriminato ci si chiedeva infatti, con un tono pungente ed ironico che non è stato volutamente colto dalla maggioranza delle voci critiche, perché mai alla signora Biden debba essere insistentemente anteposto l’epiteto “doctor” nonostante ella non possieda qualifiche di natura medica.

La memoria può tornare agevolmente a due recentissimi esempi di donne occupanti la medesima rilevante posizione di First Lady a cui non è parso opportuno attribuire alcun titolo accademico e professionale.

Naturalmente il riferimento è rivolto a Hillary Rodham Clinton, nota per le sue brillanti doti forensi, tanto che già a ventisei anni comparve impiegata come staffer per il comitato Watergate, ma anche a Michelle Obama, altrettanto dotata di ricchissimo curriculum (dopo una laurea in legge ad Harvard, fra i suoi incarichi si può notare quello di amministratrice dell’ospedale universitario di Chicago).

La domanda di Epstein sorge dunque spontanea.

Ed anche la domanda che segue pare naturale: se sia Hillary Clinton che Michelle Obama potevano vantare il titolo di juris doctor e di attorney, perché sono entrambe note agli annali soltanto con i nomi propri?

Naturalmente la questione è prettamente terminologica, e a parere di chi scrive, piuttosto sterile.

Ma la risposta si trova nella domanda stessa, probabilmente.

Non della medesima opinione si sono mostrati i maggiori networks e le testate giornalistiche americane, che nella giornata di Domenica hanno affrontato vigorosamente la vicenda.

Spicca fra gli altri, un appassionato articolo del New York Times (Michael Levenson), in cui non si esita a definire sessista, misogino e retrogrado il modo di pensare di Epstein espresso nel controverso op. ed. sul WSJ.

Naturalmente, l’eco della polemica è giunta anche ai vertici dell’accademia americana, fra cui la Northwestern University, per cui Epstein ha svolto il ruolo di lecturer proprio nel medesimo campo di cui si occupa Jill Biden, la letteratura inglese.

L’istituto, precisando in una nota che Epstein ha svolto per loro conto un’attività saltuaria ed interrotta già da tempo, ha ben pensato di eliminare immediatamente ogni traccia dello scrittore dal proprio organigramma del corpo docenti.

Una mossa in pieno stile cancel culture, verrebbe da dire. Se non si volesse aggiungere che essa appare anche decisamente contraddittoria.

A convogliare l’attenzione sulla vicenda, di cui certamente si leggerà per diverso tempo, non è soltanto l’acuta sensibilità contemporanea per il tema dell’uguaglianza di genere, ma il fatto che il dibattito vada in questo caso a coinvolgere la First Lady designata.

Ed è dunque lecito chiedersi, come già fatto in apertura, se la peculiarità della figura in questione giustifichi un tale intenso scambio di opinioni e se il menzionato dibattito si muova davvero nella giusta direzione.

Il tema viene alla ribalta proprio ora e non è emerso negli ultimi quattro anni per la semplice ragione che Melania Trump non possiede un titolo di studio analogo a quello di Jill Biden: infatti la consorte dell’attuale Presidente ha frequentato l’Università di Lubiana senza completare il ciclo di studi, assorbita dalla precoce attività lavorativa come modella.

Ma, volgendo lo sguardo ai decenni passati, il ruolo di First Lady pare essere stato interpretato in una incredibile varietà di modi, e nessuno che risentisse negativamente delle caratteristiche personali o dei titoli professionali della singola inquilina della Casa Bianca.

Infatti, qualunque fosse il background di ciascuna consorte presidenziale, ogni First Lady, di qualunque estrazione e qualunque grado di educazione scolastica, pare aver agito in modo tale da supportare con tutti i contributi possibili l’attività del marito.

Per citare un caso molto simile a quello discusso qui, si può prendere ad esempio Eleanor Roosevelt, che per dedicarsi alle incombenze originate dall’elezione del marito nel 1932, rinunciò volontariamente alla amata carriera da insegnante.

Non per questa scelta, oggi probabilmente anacronistica, la storia la considera una First Lady di serie B.

E allo stesso modo, è stato brillantemente osservato in un articolo del New York Times di Alisha H. Gupta, accadde per la moglie del presidente Eisenhower negli anni 50’.

Alla celebre Mamie Eisenhower venne affidato il ruolo ufficioso di house manager, ovvero di padrona di casa, a cui la donna gioviale ed affabile si dedicò di buon grado, intrattenendo garbatamente ma calorosamente gli ospiti degli eventi ufficiali, diventando presto un’icona di energica femminilità.

Ed uno spessore mediatico ancora maggiore ottenne certamente la celeberrima Jaqueline Kennedy nei primi anni 60’; alla affascinante First Lady spettò certamente il merito di essere riuscita a brillare di luce propria a fianco di un uomo che abbagliò con la propria reputazione, immagine e battaglia politica la prima vera società “di massa” della storia,

Alla moglie di JFK si devono infatti la ridecorazione e l’ammodernamento della Casa Bianca e gli storici tour guidati alle opere di pregio artistico della dimora presidenziale.

Se solo con Claudia Johnson, moglie di Lindon Johnson, si vide la prima ufficiale partecipazione di una First Lady ad iniziative di natura strettamente politica (come le campagne di sensibilizzazione ambientale), oggi si può dire che l’apporto della First Lady alle decisioni del Presidente sia una realtà pacificamente accettata.

Sorvolando sulla descrizione che del fenomeno veniva fornita nella compianta serie “House of Cards”, è certamente più di un vago sospetto che Bill Clinton si sia avvalso dell’esperienza della moglie durante il mandato, soprattutto sullo spinoso dossier della riforma del sistema sanitario.

Ma questa circostanza non pare essere entrata in collisione con altri aspetti del lavoro di First Lady, a cui Hillary Clinton si dedicò con eguale interesse ed abnegazione: rimangono infatti agli annali vari libri di ricette, economia domestica e vita familiare scritti dal futuro Segretario di Stato Clinton.

Ciò è una chiarissima dimostrazione del fatto che quella di First Lady, stando sempre all’articolo di Alisha H. Gupta, è una carica prettamente sociale, che inevitabilmente riflette le aspettative dei cittadini ed un modello personale e familiare in cui gli americani, da sempre, tendono a volersi riconoscere.

Non è certamente una deminutio dedicarsi ai progetti di rifacimento dei giardini della Casa Bianca, o alle decorazioni natalizie della Cross Hall e del Grand Foyer, come ha fatto l’attuale First Lady non più di qualche settimana fa.

Ciò che sfugge agli infervorati critici di Joseph Epstein è che la sostanza della carica di First Lady non muta qualunque sia il modo in cui la moglie di un Presidente scelga di completare l’operato del marito.

Quasi certamente ci si può aspettare una influenza delle esperienze dirette di Jill Biden sulle future riforme scolastiche che il governo del marito Joe proporrà al Congresso nei prossimi quattro anni, ma essa sarebbe stata altrettanto convincente ed appassionata anche se proveniente da una First Lady sprovvista del titolo di doctor.

I titoli non sono tutto, soprattutto nella storia americana. Basti ricordare cosa si scriveva di George Washington: “he was so ignorant, that he had never read anything, not even on military affairs : he could not write a sentence of grammar,nor spell his words” (nelle parole di Timothy Pickering, riferite da Thomas E. Ricks in “First Principles”).

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