Quando nel 2013 un caso di cronaca nera in Florida vide un giovane afroamericano vittima di un violento omicidio, pochi si sarebbero aspettati che in reazione all’assoluzione dell’imputato sarebbe nato un nuovo movimento popolare per la difesa dei diritti civili.
E nessuno avrebbe potuto prevedere che tale iniziativa potesse avere un vigore paragonabile alle agitazioni civili per la promozione sociale delle minoranze nate negli anni 60’.
E invece, la scintilla del caso Zimmerman, alimentata dai social media e dai mezzi di informazione, divampò improvvisamente nel movimento noto come BLM, ovvero Black Lives Matter.
Da quel momento, il movimento si fece difensore di ogni afroamericano asseritamente ucciso per motivi esclusivamente razziali, denunciando le presunte disparità di trattamento riservate agli imputati in base all’appartenenza etnica.
Un ulteriore fattore di disuguaglianza spesso rilevato dal movimento è stato la qualifica di agente di polizia talvolta rivestita dagli esecutori materiali degli omicidi contestati.
Basti pensare al recente caso Floyd, che ha ridato nuova linfa a BLM, proiettandolo su una dimensione addirittura globale, e non più solo statunitense.
Il nome del gruppo è ormai divenuto uno slogan di uso comune (soprattutto sotto forma di famoso hashtag sui social media) che incorpora ed ambisce a rappresentare tutte le istanze delle minoranze (di ogni genere) che si ritengano oppresse, emancipandosi dal solo drammatico ambito degli “omicidi di Stato” o dei più controversi casi di cronaca giudiziaria.
È infatti incontestabile che il movimento abbia recentemente vissuto una impressionante evoluzione.
Il numero di aderenti è incrementato esponenzialmente, di pari passo con la sua notorietà, con nuove sedi (chapters) diffuse ormai in ogni grande centro americano, in ognuno dei cinquanta stati.
Ed un uguale trend si può rilevare per il numero di manifestazioni organizzate da BLM o a supporto di BLM: più di 8500 soltanto nel secondo semestre del 2020.
Cifre eloquenti che suggeriscono una attività incessante, quasi simile al frenetico lavorio delle campagne elettorali svolte dai partiti politici tradizionali.
Chi ha seguito anche solo distrattamente la politica italiana nell’ultimo decennio troverà familiare la dibattuta distinzione tra movimento e partito, che certamente non verrà qui riproposta.
Salta tuttavia all’occhio quanto, anche in questo caso, la linea di confine appaia talmente sottile da sembrare invisibile.
Un breve sguardo ai comunicati stampa e alle pagine dei profili social del movimento rivelerebbe infatti che gli esponenti di BLM si ritengono convinti di aver giocato un ruolo determinante nella vittoria di Joe Biden alle recenti elezioni presidenziali del 3 Novembre.
L’individuo più spesso riconosciuto (non all’unanimità) come leader del gruppo, Patrisse Cullors, ha testualmente affermato che gli elettori di colore hanno consentito al ticker Biden-Harris l’arrivo alla Casa Bianca, ed ora desiderano qualcosa in cambio (“we want something for our vote”).
Il movimento ha ritenuto inaccettabile che il Presidente Eletto e la sua celebre Vicepresidente abbiano trovato il tempo per incontrare altri gruppi che combattono per i diritti civili, ma non BLM.
Il transition team di Biden deve aver trovato poco opportuno che un ex procuratore distrettuale inflessibile come Kamala Harris incontrasse pubblicamente rappresentanti di un ente che fa del grido “Defund the Police” uno dei propri cavalli di battaglia.
È inoltre ancora molto fresca nella memoria di tanti imprenditori degli stati di Washington, Oregon, e New York la distruzione ed il degrado che le manifestazioni ispirate da BLM hanno seminato per le strade, annientando attività commerciali e deboli tessuti sociali già fiaccati dalla crisi economico-pandemica.
Gli analisti politici della futura amministrazione democratica hanno finemente colto questo disagio nell’elettorato, preferendo tenere nascosto il chiassoso e scomodo amico BLM, almeno per il momento.
Ma Black Lives Matter è ormai da mesi sulla bocca di tutti, e da umile movimento “partito dal basso” si sta trasformando, o si è già probabilmente trasformato, in qualcosa di molto simile ad una lobby.
Fanno molto riflettere, per l’appunto, i dati pubblicati da un articolo dell’Economist del 12 Dicembre scorso.
È stato infatti messo in luce che le donazioni indirizzate a BLM nel 2020 ammontano alla scioccante cifra di 10 miliardi e 600 milioni di dollari.
Incassi pari, per un utile confronto, a quelli del colosso dell’e-commerce Amazon, che si attesta ad 11,5 miliardi nell’ultimo anno.
Un vero e proprio tesoro.
Viene da chiedersi come il gruppo impiegherà questa impressionante mole di risorse.
Dai canali ufficiali e dall’immagine che intende dare di sé, BLM è sempre apparso un ente privo di una solida impostazione verticistica, che preferisce invece commisurare la propria attività a principi solidaristici e socialisti/ marxisti, cui non fa mistero di ispirarsi.
La realtà invece appare ben più complessa e l’organizzazione interna di Black Lives Matter assomiglia più a quella di una corporation abituata alla gestione di miliardi che a quella di un umile fronte di protesta antirazzista.
BLM è infatti composto da una articolata galassia di enti e società che si dividono il compito di assicurare che la macchina della Race Grievance Industry (come da provocatoria definizione di Taleeb Starkes in “Black Lies Matter”, 2016) funzioni sempre a pieno regime.
BLM appare dotato, innanzitutto, come ogni soggetto che abbia ampie disponibilità di denaro, di qualcuno che faccia di conto al suo posto: di ciò si occupa Tides Foundation, unico ente che potrebbe divulgare con esattezza la documentazione contabile e fiscale che evidenzi le enormi cifre anticipate dall’Economist.
Esiste poi un apparato deputato al delicato ruolo di raccolta fondi: questa funzione spetta all’ente denominato Thousand Currents, che appare decisamente avere molto successo nel portare a termine il proprio compito, soprattutto dopo il “George Floyd Effect”.
Questo fundraising arm di BLM, sconosciuto ai più, si è guadagnato una certa (non troppa) attenzione mediatica di recente per il fatto di aver accolto nel proprio consiglio di amministrazione una nota terrorista di estrema sinistra, Susan Rosenberg.
Questa dipendente VIP di Black Lives Matter può infatti vantare, oltre al raro merito di aver partecipato all’operato di una compagnia con incassi a dieci zeri, anche quello di aver ottenuto nel 1984 una condanna a 56 anni di carcere per possesso illecito di esplosivi (200 candelotti di dinamite e 100 pezzi di altro materiale esplodente) ed utilizzo di documenti falsi, tutto nell’ambito dell’organizzazione eversiva filocomunista nota come Underground Weather.
Dopo essere apparsa a soli 29 anni nella Top Ten dei personaggi più ricercati dall’FBI ed aver scontato solo 16 anni della sua condanna, Susan fu tuttavia generosamente perdonata da Bill Clinton, nell’ultimo giorno del suo mandato.
Del resto, a nessuno si nega una seconda chance, tantomeno ad una signora tanto promettente.
BLM, come si è visto, tende a nascondere gli aspetti più discutibili della propria attività all’interno del proprio complesso meccanismo di scatole cinesi, preferendo lasciare che, quando conviene, appaia all’esterno solo la veste meno radicale della sua struttura.
Ed è infatti soltanto Black Lives Matter Global Network Foundation l’organizzazione “madre”, o “umbrella organization”, che coordina l’attività esterna del movimento; è sulla sua pagina che appaiono i comunicati stampa, le dichiarazioni ufficiali dei leaders sui temi all’ordine del giorno ed i nuovi slogan appena coniati.
Chi visitasse in questi giorni il portale vedrebbe convivere sul sito una dichiarazione di BLM sui conflitti in Etiopia ed uno slogan molto efficace chiamato “Build Black, Buy Black, Bank Black”, con cui si intendono sostenere le piccole attività gestite da proprietari di colore senza, Dio gliene scampi, voler sostituire “il capitalismo bianco con il capitalismo nero”.
In realtà il movimento dichiaratamente marxista dimostra uno spiccato feeling per il concetto di capitale, tanto che nell’organigramma societario del gruppo figura un ente chiamato BLM Grassroots, il cui specifico compito è distribuire i fondi dalla società madre alle filiali ufficialmente riconosciute.
È inoltre noto che il gruppo BLM ha intenzione di fondare un istituto bancario nella prima parte del 2021, allo scopo di erogare credito a soggetti (non bianchi, latini, o asiatici) che si dimostrino meritevoli di condividere una parte dei profitti derivati al gruppo dall’esasperato attivismo conseguente alla morte di George Floyd.
Senz’altro, quella di beneficiare degli interessi sui prestiti bancari appare una contraddizione molto evidente per un movimento dalla dichiarata vocazione anticapitalistica.
E, si può aggiungere, non pare l’unica o l’ultima delle contraddizioni.
Infatti, per svolgere l’attività di lobbying di cui si è accennato sopra, esercitando una insistente pressione politica per far approvare al Congresso il Breathe Act, legge in cui figurerebbero disposizioni favorevoli alle popolazioni non bianche, quali un rafforzamento dell’edilizia popolare e dell’occupazione nel settore postale, ad Ottobre BLM si è dotato di uno specifico “comitato di azione politica”.
Questa mossa, che ha segnato la definitiva abdicazione del movimento alla esclusiva attività di protesta per le strade, non ha incontrato il favore delle frange più radicali, i cui membri “duri e puri” rimpiangono le radiose giornate del looting impunito di Maggio.
Il 30 Novembre i gruppi di minoranza all’interno dell’organizzazione, provenienti dalle città di Chicago, Philadelphia, Denver, NY e Washington hanno parlato con una sola voce manifestando il proprio disappunto per la creazione del political action committee, un atto che imborghesirebbe BLM al punto da far perdere al movimento la sua originaria natura anarchica ed antisistema.
Anche sui temi più strettamente ideologici, Black Lives Matter appare fratturato e diviso su posizioni contrapposte; l’argomento dell’omosessualità e delle unioni civili, che pure vide la popolazione afroamericana contraria per il 75% in Florida solo pochi anni prima della nascita del movimento (2008), oggi appare una delle cause di aspro dibattito interno.
Solo interno, poiché chiaramente Global Network Foundation non esita ad affermare di battersi anche per la creazione di un queer affirming network.
Ad oggi, dunque, la realtà di Black Lives Matter, onnipresente perfino anche come sponsor a bordocampo delle partite di Premier League inglese, appare ancora incompleta e potenzialmente indebolita da diatribe interne.
La stessa Patrisse Cullors ha parlato di BLM come di “half drawn blueprint” caratterizzata da una totale mancanza di vision e funds.
Ora che i secondi sono arrivati in abbondanza, resta da decidere quale delle due anime di BLM avrà il sopravvento sull’altra.
È certo che quella con dieci miliardi freschi da spendere sembra partire molto avvantaggiata.