Cattolicesimo a stelle e strisce: prove di riappacificazione

È fissato per la giornata di giovedì 7 Maggio lo storico viaggio del Segretario di Stato degli Stati Uniti nella Città Eterna, dove, stando alle ultime informazioni, Marco Rubio incontrerà Sua Santità Leone XIV e, probabilmente, anche il Presidente Giorgia Meloni o rappresentanti del Governo italiano.

In una situazione eccezionalmente complessa e tesa sia dal punto di vista della politica interna che della politica estera, gli Stati Uniti hanno deciso di tornare a Roma, l’antenata illustre della superpotenza a stelle e strisce, e mostrare il volto autorevole, risoluto, ma diplomatico ed aperto al dialogo, del Segretario di Stato per tentare una miracolosa e doppia riappacificazione: quella con l’esecutivo italiano e quella con il Vaticano, entrambe conseguenza diretta degli strappi diplomatici operati dal Presidente Trump con dure dichiarazioni indirizzate al Pontefice sul tema dell’operazione “Epic Fury”, l’attuale conflitto in Iran.

C’è chi ha improvvidamente gridato allo scandalo, forse non ancora abituato ai registri linguistici pungenti e alla dialettica ostile che ormai dovrebbero essere ben noti a metà del secondo mandato presidenziale di Donald Trump. Eppure, sia la relazione tra gli Stati Uniti ed il Vaticano (i due “imperi paralleli” definiti da Massimo Franco), e più in generale la relazione tra gli Stati Uniti ed il cattolicesimo sono sempre state oggetto di scontri, dibattiti e problemi di reciproca compatibilità.

Fin dalle origini, nel XVII secolo, con le prime migrazioni coloniali e le spedizioni missionarie europee nel continente americano, la religione cattolica è stata percepita come elemento estraneo in un Nuovo Mondo.

Le vicende storiche che hanno condotto uno sparuto numero di pellegrini e pionieri evangelizzatori a diventare un gruppo sociale tanto influente da vedersi rappresentato dal primo Pontefice americano meriterebbero di essere tenute in maggiore conto nella memoria tanto dei laici, quanto dei fedeli, poichè in esse i momenti fondativi della superpotenza americana e lo sviluppo (anche attuale) del suo destino politico e culturale sono profondamente intrecciati.

Viene da chiedersi (almeno, a chi scrive) come iniziò la storia del cattolicesimo nel Nuovo Mondo. Come fece per la prima volta una religione a compiere un audace balzo da un continente all’altro e a prosperare per secoli?

È opportuno cominciare presentando gli attori principali di questa lunga avventura.

Gli alfieri in prima linea, protagonisti della iniziale fase di contatto tra il cattolicesimo ed il continente americano furono gli ordini religiosi, in primis i Gesuiti ed i Francescani, nella loro efficace e duplice veste di “agenti” degli imperi del Vecchio Continente e di evangelizzatori.

Un primo e rilevante impulso alle opere missionarie nel Nuovo Continente fu infatti certamente impresso dalla Corona di Spagna, potenza colonizzatrice egemone del XVI secolo e fondatrice delle prime colonie nei territori meridionali degli Stati Uniti, fin dalla spedizione di Juan Ponce de Leon, che nel 1513 raggiunse l’odierna Florida.

I contatti ed i tentativi di conversione delle popolazioni indigene in fedeli sudditi cristiani della Corona di Spagna non furono sicuramente indolori (fra tante, la violenta ribellione degli indiani Guale nel 1598 vide ben sette vittime fra i Francescani ed il temporaneo abbandonodella missione), ma produssero una proliferazione di innovazioni ed abitudini continentali europee nella vita quotidiana dei nativi, come l’utilizzo di utensili in ferro, prima sconosciuti ai locali, la diffusione di nuove colture quali alberi di pesca o piante di melone e la introduzione di capi di bestiame ignoti, ad esempio i suini.

Il reciproco scambio di usanze e la delicata tensione fra mondo antico e nuovo ebbero un riflesso anche nel lavoro quotidiano dei pionieri cattolici, segnatamente nelle liturgie e nelle abitudini che scadirono la vita religiosa dei primi neo-battezzati.

È eloquente, ad esempio, che un manuale di catechismo tradotto e adattato alla conversione delle popolazioni indigene della California, perfino nella sua versione del 1790, riportasse una espressione linguistica riconducibile a “viscere” per tradurre il concetto cattolico di “anima”, tradizionalmente e culturalmente ignoto ai nativi. Inoltre, fu consuetudine a lungo mantenuta tra gli indiani cristianizzati l’offerta di vivande (zucche, fagioli e mais) presso i luoghi di sepoltura durante la ricorrenza di commemorazione dei defunti (All Souls’ Day), un evidente segno di continuità fra le antiche usanze indigene e la nuova vita dei neo-convertiti.

Anche nell’odierno Nuovo Messico l’influenza spagnola ebbe antiche radici, fin dalla prima missione francescana del 1598, “accompagnata”, per così dire, da una spedizione militare capeggiata da Juan de Onate, “re” del Nuovo Messico fino al 1606, quando la scarsità di profitti devoluti alla Corona spagnola lo constrinse alle dimissioni. Fu solo l’influenza impareggiabile dei discepoli di Francesco presso la corte di Filippo III di Spagna ad indurre la Corona a non abbandonare la missione, che divenne, sotto la fervente guida francescana, una delle più rigorose e rigidamente ortodosse di questa fase storica. Gli standard cattolici imposti dall’ordinereligioso, che spesso contemplavano punizioni corporali per chi non frequentasse la messa, il catechismo ed i vespri quotidiani, ebbero molta difficoltà ad essere accettati dalla popolazione locale, soprattutto con riferimento alla più radicata consuetudine indigena checonfliggeva apertamente con i dettami della Chiesa (la poligamia). Furono in particolare i ceti più elevati e gli individui più carismatici fra i nativi ad essere più apertamente ed aspramente ostili agli insegnamenti della Chiesa, tanto da condurre a violente ribellioni come quella capeggiata dallo sciamano Popè, un indiano Tewa, nel 1680, che causò orribili torture e centinaia di morti fra i coloni ed i sacerdoti francescani.

Si realizzerebbe una colpevole omissione se, oltre alle vicende spagnole, non si citasse anche il particolare ruolo delle missioni cattoliche francesi nei territori americani nel XVI e XVII secolo.

L’ottica francese fu diversa da quella spagnola, poichè la visione del Nuovo Mondo secondo la lente francese non era volta alla costituzione di un impero di territori conquistati, ma allo sviluppo di interessi di carattere esclusivamente commerciale (commercio di pellicce con gli indigeni, principalmente).

Fra i maggiori insediamenti dei missionari francesi, principalmente gesuiti, che affiancavano le spedizioni commerciali possono essere ricordati quelli nella regione dei Grandi Laghi e lungo il Mississippi nati nel decennio del 1660, nonchè le forti presenze sia nei territori di St. Louis, Detroit, del Maine e a nord del Lago Ontario.

I missionari francesi si integrarono al meglio delle loro possibilità nel tessuto sociale indigeno e nella vita tribale, raggiungendo impressionanti conoscenze delle lingue locali e delle tradizioni native, cimentandosi in battute di caccia invernali, nell’utilizzo dell’abbigliamento tribale e perfino nell’uso di nomignoli e diminutivi indiani con cui erano più facilmente riconosciuti dalla comunità.Come specificato dal missionario gesuita Jean de Brebeuf “Se puoi trasportare il carico di un cavallo sulla tua schiena come fanno loro, solo allora potrai essere considerato degno ai loro occhi”.

Nonostante questi impressionanti progressi nella integrazione culturale, anche le missioni francesi furono spesso oggetto di ribellioni o di veri e propri raid armati da parte delle più belligeranti popolazioni indigene, come quello degli Iroquis, che condusse alla morte di quattro sacerdoti gesuiti, fra cui il citato Jean de Brebeuf, ma non prima che quest’ultimo eroicamente battezzasse quanti più nativi possibile in vista dell’imminente attacco.

Gesta, insomma, degne non solo di martiri della fede ma anche di pionieri fondatori di nazioni che ispirarono perfino indigeni convertiti a vivere secondo le più alte virtù cattoliche (si allude a Catherine Tekawitha, una giovane Mohawk canonizzata dalla Chiesa nel 2012 e simbolo della nuova generazione di fedeli del Nuovo Mondo).

Passando invece alle vicende inerenti alle tredici originarie colonie britanniche che diedero vita al primo nucleo degli Stati Uniti d’America, si può rilevare che, fra il XVII ed il XVIII secolo, i cattolici che vi risiedevano erano una vessata minoranza e vivevano quasi esclusivamente negli stati del Maryland e della Pennsylvania, gravati da rilevanti difficoltà di integrazione e umiliati da pesanti discriminazioni nella vita politica e civile.

Lo stesso fondatore della Pennsylvania, William Penn, considerava apertamente i cattolici romani come degli impostori e non degli autentici cristiani.

Nella mentalità tipicamente inglese dei primi coloni, la concezione pesantemente negativa poggiava infatti sulla convinzione che i cattolici fossero intrinsecamente ostili, da un punto di vista culturale e politico, ai poteri costituiti, a causa della loro intollerabile fedeltà e devozione nei confronti del Pontefice, che veniva considerato alla stregua di un qualunque potere secolare straniero e nemico.

In diverse giurisdizioni, i cattolici erano addirittura banditi, come nel Massachusetts, in cui, secondo una legge del 1647, ai preti cattolici era proibito anche solo l’ingresso entro il territorio coloniale e la seconda violazione di tale divieto era sanzionata con la pena capitale.

Le ostilità contro i cattolici furono molto intense anche negli stati in cui fu loro permesso di soggiornare, come nel Maryland, in cui, con una vera e propria spedizione armata nel 1645, i protestanti espulsero i Gesuiti mettendo a serio repentaglio la loro spedizione missionaria.

Gli scontri si acuirono poi pochi anni dopo, come riflesso della guerra civile che all’epoca dilaniava l’Inghilterra, e tra il 1645 e il 1660 i cattolici del Maryland furono vittime di ben tre rivolte armate. L’esito della Glorious Revolution inglese, con l’ascesa al trono di Guglielmo I, non migliorò la condizione dei cattolici, che furono privati di tutti i diritti politici e religiosi.

In tali aspre condizioni, gli strenui cattolici del Maryland continuarono a resistere in semi clandestinità e i preti itineranti, nei primi decenni del XVIII secolo, continuarono ad operare come cappellani, celebrando la Messa anche solo una volta al mese dove potevano, spesso in isolate dimore di campagna, fino a che nel 1760 le cappelle cattoliche regolarmente visitate nel Maryland crebbero fino a 50.

Cosa rese una religione bandita e illegale (underground church) così attraente?

Si ritiene che una differenza marcata rispetto al cattolicesimo francese e spagnolo, all’epoca concentrato sul culto dei santi e delle reliquie, fu la causa di questa maggior compatibilità con le popolazioni coloniche americane: un cattolicesimo più austeramente spirituale, di sentimento più particolarmente britannico, che metteva al centro la figura di Cristo (christocentric) ed si mostrava piùsensibile alla tradizione dell’umanesimo gesuita fu la chiave per conquistare i cuori americani. Il più diffuso libro di preghiere dell’epoca, The Garden of the Soul di Richard Challoner è eloquente nel definirsi un “breve esercizio di preparazione alla morte, che può essere utilizzato ogni giorno”, segno chiaro e inequivocabile che per essere accettato nel Nuovo Mondo anche il cattolicesimo dovette subire delle trasformazioni.

Gli inizi del XIX secolo fino al 1870 videro il cattolicesimo “crescere con la Nazione” (per citare di nuovo “American Catholics” di Leslie Woodcock Tentler, fondamentale testo in materia) anche grazie all’opera di preti di frontiera itineranti, come l’italiano Samuel Mazzuchelli, che dopo aver sposato la causa dell’ordine Domenicano, operò nel Wisconsin, con una “parrocchia” di quasi 400 miglia di estensione lungo il Mississippi e si fece notare per i rapporti amichevoli con i non-cattolici, per la instancabile costruzione di quasi 20 chiese nell’Iowa e nell’Illinois e per l’eloquenza nel rivolgersi al pubblico, in occasioni non solo religiose ma anche civili (si ricorda ad esempio il suo augurio di lunga vita alla Repubblica statunitense per l’Independence Day del 1836).

Forti anche di questa rinnovata componente patriottica, i preti di frontiera ben presto si moltiplicarono, anche grazie all’immigrazione di sempre più individui dal continente europeo, ed il numero delle diocesi crebbe notevolmente: dalle cinque diocesi del Maryland nel 1808 si arrivò alle quarantuno diocesi del 1854, incluse 7 arcidiocesi. I vescovi iniziarono anche a dare vita ad una organizzazione di dimensione ormai nazionale che si riunì in concilii in ben 7 occasioni tra il 1829 ed il 1847.

Fu il volume sempre crescente di immigrati europei cattolici (in primis irlandesi, tedeschi e italiani) fra il 1880 e gli inizi del Novecento (fino alla brusca frenata dovuta alle leggi federali restrittive del 1920) a determinare un decisivo sprint nella diffusione del cattolicesimo tra gli statunitensi. Si stima, a titolo di esempio, che in questo periodo a Chicago almeno un terzo degli insegnanti di scuola pubblica fossero donne cattoliche.

Esaminando i dati, si ha dunque la chiara impressione di un gruppo sociale (pari a 20 milioni di persone nel 1920) essenziale alla crescita e alla maturazione di una nazione in un periodo, come quello di fine Ottocento, che vide l’esplosione della seconda rivoluzione industriale e l’innescarsi di cambiamenti sociali epocali ed irreversibili.

Con la crisi spirituale ed il nichilismo causati dal primo conflitto mondiale, il cattolicesimo americano si fece trovare pronto a passare “dai margini al centro” della vita spirituale statunitense (cit. American Catholics) e a colmare la mancanza di fiducia e il vuoto di principi e convinzioni delle coscienze conseguenti agli orrori bellici. La vita intellettuale cattolica trovò infatti viva e rinnovata forza nel progressivo aumento della qualità dell’educazione e degli insegnamenti forniti da istituti e scuole cattoliche, mentre invece le istituzioni secolari cessavano di rappresentare punti di riferimento della comunità per venire sempre più additate come luoghi non adatti all’educazione morale del giovane cittadino.

Se una temporanea flessione dovuta alla Grande Depressione fu responsabile di una contrazione dei numeri di iscritti, dopo la prosperità portata dal periodo successivo al secondo conflitto mondiale la partecipazione della popolazione americana ad iniziative educative cattoliche raddoppiò, fino a raggiungere i due terzi della gioventù di Chicago entro l’anno 1960. Parallela fu anche la crescita dell’istruzione superiore di matrice cattolica, che nel 1926 poteva annoverare ben 69 colleges ed università accreditati presso la Catholic Educational Association. Fu anche grazie a questa consolidata struttura socio-intellettuale che le riforme dettate dal Concilio Vaticano II (1962-1965) incontrarono negli Stati Uniti una conferma ed una validazione più che una critica. Il rispetto per le altre religioni, il dialogo, l’accettazione di un ruolo attivo nella storia e la lenta trasformazione di una religione fondata sulla tradizione in una religione progressista furono avvertiti come congeniali dai cattolici americani più eruditi, ed in particolare da una buona parte dei sacerdoti, i quali iniziarono ad impiegare e a diffondere l’uso di eloquenti concetti come “partnership”, “cooperation” e “People of God” nei loro dialoghi con i fedeli.

Nonostante il Concilio non avesse risolto temi dirimenti come la contraccezione, l’omosessualità, l’integrazione di fedeli non occidentali nella comunità cattolica e la perenne tensione fra il centro (Roma) e le periferie della comunità, i principi conciliari furono di impulso per la nascita di una nuova morale fra i laici e per il rafforzamento delle conferenze episcopali statunitensi.

I padri conciliari promossero la diffusione, ben accolta dai fedeli americani, di una forma più snella di liturgia, dalla quale venivano eliminate alcune componenti rituali consolidate nei secoli, e aggiunte delle altre, come i canti congregazionali, il tutto in nome della “nobile semplicità” del cattolicesimo delle origini.

Le riforme non impattarono solo sulla vita sacerdotale e sulle liturgie, ma anche più concretamente sulle abitudini dei fedeli: famoso esempio fu l’abolizione nel 1966 da parte dei vescovi americani del tradizionale digiuno precedente alla comunione, già alleggerito da Pio XII ad un breve periodo di sole 3 ore nel 1953.

La frenetica successione di riforme tanto intense come quelle conciliari, abbinate ai turbolenti e rivoluzionari cambiamenti sociali che iniziarono in tutto l’Occidente dal 1960 in avanti, trasfigurarono in modo decisivo il volto della Chiesa statunitense: dispersione della pfede, nichilismo, allontanamento dei fedeli dai sacerdoti, ormai privati dal Concilio del loro tradizionale status, caratterizzarono decenni dolorosi e sofferti per la vita cattolica.

Per molti cattolici, nati nella leggenda dei preti missionari che viaggiavano a cavallo in lande sconfinate per visitare i fedeli, ormai l’unica occasione di incontro e di contatto con il sacerdote era la sporadica confessione.

Gli stessi sacerdoti furono profondamente scossi da quei difficili anni di transizione. Si registrò una forte frustrazione nel clero, che si sentiva depauperato e svilito dal nuovo ruolo consegnatogli dal Concilio, oltre ad un forte calo delle vocazioni, congiunto ad un nutrito numero di sacerdoti che lasciarono il ministero tra il 1965 e il 1975 (quasi il 10% del clero verso la fine degli anni 70).

A ciò si aggiunse la dolorosa decisione di chiudere diverse chiese soprattutto nelle aree del Northeast e upper Midwest, a causa della penuria di sacerdoti e dell’abbandono delle città sempre più caotiche ed affollate da parte dei cittadini (molto spesso di etnia bianca).

I dibattiti sociali ed i grandi temi che sconvolsero le coscienze americane nei turbolenti anni Sessanta e Settanta (inclusa la celebre sentenza Roe v. Wade sulla legalizzazione dell’aborto e l’aumento dei flussi migratori) furono in qualche modo mitigati dall’avvento al soglio pontificio di Giovanni Paolo II, un papa energico, deciso e vigoroso che attrasse molta attenzione e devozione soprattutto fra i fedeli americani. Il primo papa non italiano dopo 455 anni aprì spiragli di luce in un mondo sempre più complesso e multipolare in cui non fu insolito sentire il pontefice cattolico prendere le parti degli ebrei, dei musulmani e attirarsi le simpatie dei giovani.

I vescovi nominati dal papa polacco, spesso più conservatori dei predecessori, seppero talvolta tornare ad una dimensione più locale e meno ambiziosa, rinunciando a prendere parte a dibattiti pubblici di ampio respiro per concentrarsi sulle diocesi.

Eppure il tentativo di normalizzazione di Roma sulle periferie non riuscì del tutto nè fu utile a distrarre i fedeli americani dalla convinzione che i leader della loro Chiesa, spesso impegnati in dichiarazioni programmatiche degne di uomini politici, sostenessero in pubblicoposizioni opposte da quelle della loro vita privata (come disse il giornalista Peter Steinfels), ed in particolare sui temi dell’aborto, delle unioni omosessuali e degli scandali di abusi che tormentarono la chiesa americana e non solo tra gli anni 90 ed i primi anni 2000.

Fu questa la Chiesa americana che Benedetto XVI nel 2008 e Francesco nel 2015, ognuno a modo suo, incontrarono durante le rispettive visite apostoliche. Entrambi i papi furono accolti con calore, entrambi con l’attenzione riservata agli ospiti di grande peso spirituale e soprattutto politico: il presidente Bush addirittura accolse Joseph Ratzinger alla base area di Andrews invece di attenderlo alla Casa Bianca e Francesco fu il primo pontefice a rivolgersi ad un seduta comune del Congresso.

Ora che l’Anello Piscatorio è al dito di Robert Prevost, la Chiesa romana e la Chiesa americana sono un tutt’uno, una fusione di un civis romanus e un civis americanus (cit. Piero Schiavazzi “La Roma di Leone è croce e centro del mondo” in Limes 11/2025) nella stessa persona.

Una sottile coincidenza porta sulla cattedra di Pietro un americano di Chicago, missionario in Perù, continuatore moderato del papato bergogliano, proprio mentre gli Stati Uniti di Donald Trump lottano per mantenere l’egemonia a stelle e strisce in patria (sul continente) e all’estero.

Mai come nell’occasione del viaggio diplomatico di Marco Rubio, Roma ed il Vaticano si presentano come centro nevralgico e camera di compensazione delle maggiori tensioni politiche, ideologiche e religiose del presente e del futuro. Ancora una volta la Città Eterna sarà “capitale del cattolicesimo” ma anche fondamentale “croce tra Est e l’Ovest, tra il Sud e il Nord” del mondo (cit idem P. Schiavazzi).

Il tesoretto di 10,6 miliardi di Black Lives Matter

Quando nel 2013 un caso di cronaca nera in Florida vide un giovane afroamericano vittima di un violento omicidio, pochi si sarebbero aspettati che in reazione all’assoluzione dell’imputato sarebbe nato un nuovo movimento popolare per la difesa dei diritti civili.

E nessuno avrebbe potuto prevedere che tale iniziativa potesse avere un vigore paragonabile alle agitazioni civili per la promozione sociale delle minoranze nate negli anni 60’.

E invece, la scintilla del caso Zimmerman, alimentata dai social media e dai mezzi di informazione, divampò improvvisamente nel movimento noto come BLM, ovvero Black Lives Matter.

Da quel momento, il movimento si fece difensore di ogni afroamericano asseritamente ucciso per motivi esclusivamente razziali, denunciando le presunte disparità di trattamento riservate agli imputati in base all’appartenenza etnica.

Un ulteriore fattore di disuguaglianza spesso rilevato dal movimento è stato la qualifica di agente di polizia talvolta rivestita dagli esecutori materiali degli omicidi contestati.

Basti pensare al recente caso Floyd, che ha ridato nuova linfa a BLM, proiettandolo su una dimensione addirittura globale, e non più solo statunitense.

Il nome del gruppo è ormai divenuto uno slogan di uso comune (soprattutto sotto forma di famoso hashtag sui social media) che incorpora ed ambisce a rappresentare tutte le istanze delle minoranze (di ogni genere) che si ritengano oppresse, emancipandosi dal solo drammatico ambito degli “omicidi di Stato” o dei più controversi casi di cronaca giudiziaria.

È infatti incontestabile che il movimento abbia recentemente vissuto una impressionante evoluzione.

Il numero di aderenti è incrementato esponenzialmente, di pari passo con la sua notorietà, con nuove sedi (chapters) diffuse ormai in ogni grande centro americano, in ognuno dei cinquanta stati.

Ed un uguale trend si può rilevare per il numero di manifestazioni organizzate da BLM o a supporto di BLM: più di 8500 soltanto nel secondo semestre del 2020.

Cifre eloquenti che suggeriscono una attività incessante, quasi simile al frenetico lavorio delle campagne elettorali svolte dai partiti politici tradizionali.

Chi ha seguito anche solo distrattamente la politica italiana nell’ultimo decennio troverà familiare la dibattuta distinzione tra movimento e partito, che certamente non verrà qui riproposta.

Salta tuttavia all’occhio quanto, anche in questo caso, la linea di confine appaia talmente sottile da sembrare invisibile.

Un breve sguardo ai comunicati stampa e alle pagine dei profili social del movimento rivelerebbe infatti che gli esponenti di BLM si ritengono convinti di aver giocato un ruolo determinante nella vittoria di Joe Biden alle recenti elezioni presidenziali del 3 Novembre.

L’individuo più spesso riconosciuto (non all’unanimità) come leader del gruppo, Patrisse Cullors, ha testualmente affermato che gli elettori di colore hanno consentito al ticker Biden-Harris l’arrivo alla Casa Bianca, ed ora desiderano qualcosa in cambio (“we want something for our vote”).

Il movimento ha ritenuto inaccettabile che il Presidente Eletto e la sua celebre Vicepresidente abbiano trovato il tempo per incontrare altri gruppi che combattono per i diritti civili, ma non BLM.

Il transition team di Biden deve aver trovato poco opportuno che un ex procuratore distrettuale inflessibile come Kamala Harris incontrasse pubblicamente rappresentanti di un ente che fa del grido “Defund the Police” uno dei propri cavalli di battaglia.

È inoltre ancora molto fresca nella memoria di tanti imprenditori degli stati di Washington, Oregon, e New York la distruzione ed il degrado che le manifestazioni ispirate da BLM hanno seminato per le strade, annientando attività commerciali e deboli tessuti sociali già fiaccati dalla crisi economico-pandemica.

Gli analisti politici della futura amministrazione democratica hanno finemente colto questo disagio nell’elettorato, preferendo tenere nascosto il chiassoso e scomodo amico BLM, almeno per il momento.

Ma Black Lives Matter è ormai da mesi sulla bocca di tutti, e da umile movimento “partito dal basso” si sta trasformando, o si è già probabilmente trasformato, in qualcosa di molto simile ad una lobby.

Fanno molto riflettere, per l’appunto, i dati pubblicati da un articolo dell’Economist del 12 Dicembre scorso.

È stato infatti messo in luce che le donazioni indirizzate a BLM nel 2020 ammontano alla scioccante cifra di 10 miliardi e 600 milioni di dollari.

Incassi pari, per un utile confronto, a quelli del colosso dell’e-commerce Amazon, che si attesta ad 11,5 miliardi nell’ultimo anno.

Un vero e proprio tesoro.

Viene da chiedersi come il gruppo impiegherà questa impressionante mole di risorse.

Dai canali ufficiali e dall’immagine che intende dare di sé, BLM è sempre apparso un ente privo di una solida impostazione verticistica, che preferisce invece commisurare la propria attività a principi solidaristici e socialisti/ marxisti, cui non fa mistero di ispirarsi.

La realtà invece appare ben più complessa e l’organizzazione interna di Black Lives Matter assomiglia più a quella di una corporation abituata alla gestione di miliardi che a quella di un umile fronte di protesta antirazzista.

BLM è infatti composto da una articolata galassia di enti e società che si dividono il compito di assicurare che la macchina della Race Grievance Industry (come da provocatoria definizione di Taleeb Starkes in “Black Lies Matter”, 2016) funzioni sempre a pieno regime.

BLM appare dotato, innanzitutto, come ogni soggetto che abbia ampie disponibilità di denaro, di qualcuno che faccia di conto al suo posto: di ciò si occupa Tides Foundation, unico ente che potrebbe divulgare con esattezza la documentazione contabile e fiscale che evidenzi le enormi cifre anticipate dall’Economist.

Esiste poi un apparato deputato al delicato ruolo di raccolta fondi: questa funzione spetta all’ente denominato Thousand Currents, che appare decisamente avere molto successo nel portare a termine il proprio compito, soprattutto dopo il “George Floyd Effect”.

Questo fundraising arm di BLM, sconosciuto ai più, si è guadagnato una certa (non troppa) attenzione mediatica di recente per il fatto di aver accolto nel proprio consiglio di amministrazione una nota terrorista di estrema sinistra, Susan Rosenberg.

Questa dipendente VIP di Black Lives Matter può infatti vantare, oltre al raro merito di aver partecipato all’operato di una compagnia con incassi a dieci zeri, anche quello di aver ottenuto nel 1984 una condanna a 56 anni di carcere per possesso illecito di esplosivi (200 candelotti di dinamite e 100 pezzi di altro materiale esplodente) ed utilizzo di documenti falsi, tutto nell’ambito dell’organizzazione eversiva filocomunista nota come Underground Weather.

Dopo essere apparsa a soli 29 anni nella Top Ten dei personaggi più ricercati dall’FBI ed aver scontato solo 16 anni della sua condanna, Susan fu tuttavia generosamente perdonata da Bill Clinton, nell’ultimo giorno del suo mandato.

Del resto, a nessuno si nega una seconda chance, tantomeno ad una signora tanto promettente.

BLM, come si è visto, tende a nascondere gli aspetti più discutibili della propria attività all’interno del proprio complesso meccanismo di scatole cinesi, preferendo lasciare che, quando conviene, appaia all’esterno solo la veste meno radicale della sua struttura.

Ed è infatti soltanto Black Lives Matter Global Network Foundation l’organizzazione “madre”, o “umbrella organization”, che coordina l’attività esterna del movimento; è sulla sua pagina che appaiono i comunicati stampa, le dichiarazioni ufficiali dei leaders sui temi all’ordine del giorno ed i nuovi slogan appena coniati.

Chi visitasse in questi giorni il portale vedrebbe convivere sul sito una dichiarazione di BLM sui conflitti in Etiopia ed uno slogan molto efficace chiamato “Build Black, Buy Black, Bank Black”, con cui si intendono sostenere le piccole attività gestite da proprietari di colore senza, Dio gliene scampi, voler sostituire “il capitalismo bianco con il capitalismo nero”.

In realtà il movimento dichiaratamente marxista dimostra uno spiccato feeling per il concetto di capitale, tanto che nell’organigramma societario del gruppo figura un ente chiamato BLM Grassroots, il cui specifico compito è distribuire i fondi dalla società madre alle filiali ufficialmente riconosciute.

È inoltre noto che il gruppo BLM ha intenzione di fondare un istituto bancario nella prima parte del 2021, allo scopo di erogare credito a soggetti (non bianchi, latini, o asiatici) che si dimostrino meritevoli di condividere una parte dei profitti derivati al gruppo dall’esasperato attivismo conseguente alla morte di George Floyd.

Senz’altro, quella di beneficiare degli interessi sui prestiti bancari appare una contraddizione molto evidente per un movimento dalla dichiarata vocazione anticapitalistica.

E, si può aggiungere, non pare l’unica o l’ultima delle contraddizioni.

Infatti, per svolgere l’attività di lobbying di cui si è accennato sopra, esercitando una insistente pressione politica per far approvare al Congresso il Breathe Act, legge in cui figurerebbero disposizioni favorevoli alle popolazioni non bianche, quali un rafforzamento dell’edilizia popolare e dell’occupazione nel settore postale, ad Ottobre BLM si è dotato di uno specifico “comitato di azione politica”.

Questa mossa, che ha segnato la definitiva abdicazione del movimento alla esclusiva attività di protesta per le strade, non ha incontrato il favore delle frange più radicali, i cui membri “duri e puri” rimpiangono le radiose giornate del looting impunito di Maggio.

Il 30 Novembre i gruppi di minoranza all’interno dell’organizzazione, provenienti dalle città di Chicago, Philadelphia, Denver, NY e Washington hanno parlato con una sola voce manifestando il proprio disappunto per la creazione del political action committee, un atto che imborghesirebbe BLM al punto da far perdere al movimento la sua originaria natura anarchica ed antisistema.

Anche sui temi più strettamente ideologici, Black Lives Matter appare fratturato e diviso su posizioni contrapposte; l’argomento dell’omosessualità e delle unioni civili, che pure vide la popolazione afroamericana contraria per il 75% in Florida solo pochi anni prima della nascita del movimento (2008), oggi appare una delle cause di aspro dibattito interno.

Solo interno, poiché chiaramente Global Network Foundation non esita ad affermare di battersi anche per la creazione di un queer affirming network.

Ad oggi, dunque, la realtà di Black Lives Matter, onnipresente perfino anche come sponsor a bordocampo delle partite di Premier League inglese, appare ancora incompleta e potenzialmente indebolita da diatribe interne.

La stessa Patrisse Cullors ha parlato di BLM come di “half drawn blueprint” caratterizzata da una totale mancanza di vision e funds.

Ora che i secondi sono arrivati in abbondanza, resta da decidere quale delle due anime di BLM avrà il sopravvento sull’altra.

È certo che quella con dieci miliardi freschi da spendere sembra partire molto avvantaggiata.

Perdono presidenziale : è il turno di Assange?

Il primo ed unico mandato del Presidente Trump volge ufficialmente alla scadenza.

Perfino il majority leader del partito repubblicano, Mitch McConnell, si è recentemente congratulato con Joe Biden, riconoscendone la qualità di presidente eletto.

Un ultimo baluardo teorico per i trumpiani più irriducibili sembra risiedere nel datato e mai testato prima Election Count Act del 1887, secondo il quale anche i voti dell’Electoral College ufficializzati il giorno 14 Dicembre potrebbero essere messi in discussione tramite opposizione di deputati e senatori durante un’apposita seduta del Congresso.

Tuttavia, i media e la maggior parte dell’opinione pubblica si stanno concentrando sull’ultima fase del mandato presidenziale, che probabilmente vedrà presto la comparsa del suo atto più tipico e frequente: il presidential pardon.

Il perdono presidenziale è un atto di grazia individuale concesso dal Capo dello Stato americano i cui tratti poco differiscono dall’istituto omonimo riconosciuto dall’articolo 87 della Costituzione italiana in capo al Presidente della Repubblica.

Come è noto, gli atti di clemenza sono un retaggio comunemente accettato della transizione dalle forme di stato monarchiche a quelle repubblicane; tutt’oggi, sia il presidential pardon che la grazia del presidente italiano mantengono infatti la caratteristica di essere atti sovrani, esercitabili cioè a completa discrezione dell’organo monocratico a cui ne è attribuita dalle costituzioni statali (o federali, nel caso dell’Article II sec. 2 di quella americana) la facoltà d’esercizio.

Il loro fondamento risiede nella necessità di temperare il rigore dei sistemi sanzionatori per dare modo al Capo di Stato di valorizzare circostanze eccezionali che legittimino l’esenzione di un individuo meritevole dalla “persecuzione” da parte della macchina della Giustizia.

Come scriveva lo stesso Alexander Hamilton nei Federalist Papers (N. 74), con parole pervase di illuminismo rivoluzionario: “…il codice penale di ogni Paese attinge talmente tanto alla necessaria severità, che senza un facile accesso ad eccezioni a favore di una colpa sventurata, la Giustizia vestirebbe panni troppo sanguinari e crudeli.”.

In realtà, sebbene la sostanza dell’atto rimanga intrinsecamente discrezionale, anche il pardon è soggetto a dei minimi oneri procedurali: una formale richiesta di grazia deve essere inviata all’ufficio del Pardon Attorney presso il Dipartimento di Giustizia, perché sia debitamente valutata.

Se la richiesta presenta caratteri di meritevolezza, essa viene indirizzata dal Dipartimento di Giustizia al Presidente sotto forma di raccomandazione, come tale firmata dal Vice Procuratore Generale (Deputy Attorney General).

Proprio come la grazia italiana, il pardon è una causa di estinzione della pena, ovvero esenta il beneficiario dallo scontare qualunque pena a cui sia sottoposto, oltre a garantirgli il pieno reintegro di posizioni soggettive e diritti di cui il condannato sia stato privato a titolo di sanzione accessoria.

Ad esempio, un condannato per crimini violenti potrebbe, in conseguenza di un perdono presidenziale, tornare ad essere titolare di un regolare porto d’armi precedentemente revocato o sospeso.

Questa forma di clemenza però è molto spesso impiegata per individui liberi, non solo in pendenza di procedimenti a loro carico, ma anche quando questi ultimi non siano nemmeno stati imputati d’aver commesso alcun reato.

È celebre infatti il caso del Presidente Nixon, perdonato dal successore Gerald Ford nonostante, in seguito alle turbolente dimissioni dovute allo scandalo Watergate, non gli fosse ancora stata imputata la responsabilità di alcun atto illecito.

Un atto dunque, dalla forte valenza simbolica, sebbene occorra precisare come esso non fornisca alcun tipo di immunità sostanziale o procedurale al soggetto perdonato: egli rimane naturalmente sottoponibile ad indagini, imputabile e condannabile per qualunque altro crimine abbia commesso prima o dopo la grazia.

Se la giurisprudenza costituzionale italiana (sentenza n.200 del 2006) ha sottolineato che il provvedimento proprio del Presidente della Repubblica deve avere finalità essenzialmente umanitarie, l’omologo atto statunitense conserva invece un forte significato politico.

Un autore non certo amico dell’attuale presidente, Jack Goldsmith, ha calcolato che l’88% dei quarantuno perdoni complessivi disposti dal Presidente Trump aveva infatti una forte motivazione personale o politica.

La stessa (generalmente accettata) esigenza ha mosso, per esempio, anche Bill Clinton, durante la sua ultima settimana di mandato nel 2001, quando il finanziere Marc Rich, noto e generoso contributore alle iniziative politiche dei coniugi Clinton, venne graziato dalle accuse di elusione ed evasione fiscale; oppure ancora, quando nel Dicembre 1992 il Presidente George Herbert Walker Bush perdonò ben sei imputati nello scandalo Iran-Contra, caso riguardante il traffico illecito di armi tra il regime islamico iraniano ed alte sfere governative.

Stando ai precedenti storici, è dunque ragionevole aspettarsi un perdono presidenziale che farà discutere, da qui al 20 Gennaio prossimo.

Già il perdono del generale Michael Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente, aveva stimolato non poco l’opinione pubblica, dopo che nel 2017 il militare aveva ammesso di aver mentito all’FBI su suoi contatti con l’ambasciatore russo.

Sgonfiato il clamore mediatico sul tema a causa delle inconcludenti risultanze dell’indagine del Procuratore Speciale Mueller, cadde temporaneamente nel dimenticatoio anche il dibattito sui possibili perdoni “illustri” del Presidente.

Senonché, da qualche giorno, sul punto si susseguono voci che sembrano avere dell’incredibile.

Il nome che circola in ambienti giornalistici conservatori sul possibile ed imminente perdono del Presidente Trump è quello di Julian Assange.

Il nome del fondatore di Wikileaks, figura ormai da qualche anno per lo più ignorata dai media, è sicuramente destinato a far discutere, sia che il presidential pardon vada a buon fine, sia nel caso contrario.

La giornalista Cassandra Fairbanks, nel corso del podcast del collega Tim Pool, ha recentemente annunciato che Julian Assange avrebbe presentato una formale richiesta di perdono presidenziale e che la sua candidatura sarebbe attualmente oggetto di scrutinio da parte degli uffici competenti.

Ci si potrebbe chiedere perché un Presidente repubblicano come Donald Trump, che dall’inizio del suo mandato ha sostenuto con vigore la necessità di fornire alla sua nazione l’apparato militare e di intelligence più all’avanguardia della storia (aumentando la voce di spesa pubblica per il Dipartimento di Difesa fino a quasi un trilione di dollari) voglia perdonare un hacker il cui obiettivo dichiarato è sempre stato il sabotaggio delle forze armate statunitensi.

Una spiegazione potrebbe trovarsi ricordando la difficoltà in cui le rivelazioni di Wikileaks sulla guerra in Afghanistan e sulla campagna in Iraq (i c.d. war logs) misero l’amministrazione Obama.

Il presidente democratico ed il suo celebre Segretario di Stato (Hillary Clinton) si trovarono infatti sotto il fuoco incrociato di stampa ed opinione pubblica nell’autunno del 2010 quando vennero divulgate scioccanti informazioni riguardanti il trattamento dei prigionieri in Iraq: questi soggetti sarebbero stati ripetutamente consegnati dalle forze armate americane a quelle irachene in piena coscienza dei trattamenti disumani e delle torture da questi assiduamente praticati.

Nel vastissimo database dell’hacker australiano (circa 75 mila documenti riservati sulle operazioni militari USA, trafugati dal famoso soldato semplice Bradley Manning), in altre parole, sarebbero stati documentati circa 1300 casi, completi di cartelle cliniche e perizie mediche, che testimoniavano la sostanziale commissione da parte dell’amministrazione Obama di crimini di guerra in violazione della Convenzione di Ginevra.

Una macchia piuttosto indelebile sul curriculum del Presidente che, appena un anno prima, aveva ottenuto il Premio Nobel per la Pace.

Non solo. Assange avrebbe anche documentato un uso abnorme dell’apparato diplomatico degli Stati Uniti, i cui rappresentanti, sotto la guida del Segretario di Stato, avrebbero agito sotto una abituale cappa di corruzione allo scopo di commettere veri e propri atti di spionaggio nei confronti di potenze estere.

Inutile ricordare poi quello che da molti è stato interpretato come un aiuto di Julian Assange alla causa di Donald Trump nel 2016, nell’imminenza delle elezioni presidenziali, quando pubblicò decine di migliaia di emails dell’ex Segretario di Stato e candidato democratico alla Casa Bianca in cui si potevano leggere le opinioni scomode di Hillary sui governi colpevoli di aver finanziato ISIS, la sua diffidenza nei confronti del compagno di partito e Sindaco di New York Bill DeBlasio, e perfino alcune sue considerazioni molto franche sulla chiacchierata vita sessuale del marito Bill.

Come prevedibile, colui che era stato incensato (frettolosamente) come paladino della libertà di stampa e di opinione solo pochi anni prima venne prontamente condannato ad una infamante damnatio memoriae. Non pochi tra gli opinionisti delle tv americane in quegli anni osavano definirlo un terrorista che avrebbe dovuto essere abbattuto con un drone.

Ebbene, questo personaggio anarchico, indecifrabile, cinico e controverso potrebbe tornare a calcare presto le prime pagine dei giornali.

Chissà in quali vesti, questa volta. E con quali nuove polemiche a contorno.

Dr o Jill Biden? First Ladies e potere.

Una curiosa questione sta dominando il dibattito americano in queste ore.

La recente ordinanza di rigetto della Corte Suprema, con cui è stata dichiarata la carenza di interesse ad agire dello stato del Texas per quanto riguarda i risultati elettorali di altre giurisdizioni, pare aver sancito la definitiva sconfitta del team legale del Presidente Trump.

Con l’elezione ufficiale di Joe Biden da parte dell’Electoral College fissata nella giornata del 14 Dicembre, i media sembrano aver definitivamente archiviato l’esperienza Trump ed appaiono concentrati sul prossimo inquilino della Casa Bianca.

O meglio, sulla sua famiglia.

La responsabilità di aver innescato le recenti polemiche deve essere attribuita ad un articolo di Joseph Epstein apparso venerdì sul Wall Street Journal (“Is There a Doctor in the White House? Not if You Need an M.D.”).

L’autore, giornalista, scrittore e stimato accademico, si è attirato le ire della stampa e dell’opinione pubblica per aver messo in discussione il titolo onorifico “Dr” (“doctor”) con cui la futura First Lady Jill Biden si presenta e viene abitualmente presentata al grande pubblico.

Il nocciolo dell’articolo non intendeva certamente insinuare che i due Master’s degrees, il Bachelor’s degree (che non sarebbero altro che lauree magistrali e triennali, per usare i termini italiani meno altisonanti) e il Ph.D. (diploma di dottorato) conseguiti dalla brillante consorte di Joe Biden nel campo dell’educazione e dell’insegnamento non siano autentici.

È infatti noto che la stessa Jill si è laureata all’Università del Delaware con una tesi sui bisogni degli studenti nelle università pubbliche americane (“Student Retention at the Community College: Meeting Students’ Needs”) e che ha svolto normalmente la professione di insegnante di inglese in vari istituti di istruzione superiore, anche durante i due mandati vice-presidenziali del marito nell’amministrazione Obama.

Ciò che Epstein ha voluto proporre ai suoi lettori non è stata certamente una questione di merito, ma una di mera opportunità.

Nell’articolo incriminato ci si chiedeva infatti, con un tono pungente ed ironico che non è stato volutamente colto dalla maggioranza delle voci critiche, perché mai alla signora Biden debba essere insistentemente anteposto l’epiteto “doctor” nonostante ella non possieda qualifiche di natura medica.

La memoria può tornare agevolmente a due recentissimi esempi di donne occupanti la medesima rilevante posizione di First Lady a cui non è parso opportuno attribuire alcun titolo accademico e professionale.

Naturalmente il riferimento è rivolto a Hillary Rodham Clinton, nota per le sue brillanti doti forensi, tanto che già a ventisei anni comparve impiegata come staffer per il comitato Watergate, ma anche a Michelle Obama, altrettanto dotata di ricchissimo curriculum (dopo una laurea in legge ad Harvard, fra i suoi incarichi si può notare quello di amministratrice dell’ospedale universitario di Chicago).

La domanda di Epstein sorge dunque spontanea.

Ed anche la domanda che segue pare naturale: se sia Hillary Clinton che Michelle Obama potevano vantare il titolo di juris doctor e di attorney, perché sono entrambe note agli annali soltanto con i nomi propri?

Naturalmente la questione è prettamente terminologica, e a parere di chi scrive, piuttosto sterile.

Ma la risposta si trova nella domanda stessa, probabilmente.

Non della medesima opinione si sono mostrati i maggiori networks e le testate giornalistiche americane, che nella giornata di Domenica hanno affrontato vigorosamente la vicenda.

Spicca fra gli altri, un appassionato articolo del New York Times (Michael Levenson), in cui non si esita a definire sessista, misogino e retrogrado il modo di pensare di Epstein espresso nel controverso op. ed. sul WSJ.

Naturalmente, l’eco della polemica è giunta anche ai vertici dell’accademia americana, fra cui la Northwestern University, per cui Epstein ha svolto il ruolo di lecturer proprio nel medesimo campo di cui si occupa Jill Biden, la letteratura inglese.

L’istituto, precisando in una nota che Epstein ha svolto per loro conto un’attività saltuaria ed interrotta già da tempo, ha ben pensato di eliminare immediatamente ogni traccia dello scrittore dal proprio organigramma del corpo docenti.

Una mossa in pieno stile cancel culture, verrebbe da dire. Se non si volesse aggiungere che essa appare anche decisamente contraddittoria.

A convogliare l’attenzione sulla vicenda, di cui certamente si leggerà per diverso tempo, non è soltanto l’acuta sensibilità contemporanea per il tema dell’uguaglianza di genere, ma il fatto che il dibattito vada in questo caso a coinvolgere la First Lady designata.

Ed è dunque lecito chiedersi, come già fatto in apertura, se la peculiarità della figura in questione giustifichi un tale intenso scambio di opinioni e se il menzionato dibattito si muova davvero nella giusta direzione.

Il tema viene alla ribalta proprio ora e non è emerso negli ultimi quattro anni per la semplice ragione che Melania Trump non possiede un titolo di studio analogo a quello di Jill Biden: infatti la consorte dell’attuale Presidente ha frequentato l’Università di Lubiana senza completare il ciclo di studi, assorbita dalla precoce attività lavorativa come modella.

Ma, volgendo lo sguardo ai decenni passati, il ruolo di First Lady pare essere stato interpretato in una incredibile varietà di modi, e nessuno che risentisse negativamente delle caratteristiche personali o dei titoli professionali della singola inquilina della Casa Bianca.

Infatti, qualunque fosse il background di ciascuna consorte presidenziale, ogni First Lady, di qualunque estrazione e qualunque grado di educazione scolastica, pare aver agito in modo tale da supportare con tutti i contributi possibili l’attività del marito.

Per citare un caso molto simile a quello discusso qui, si può prendere ad esempio Eleanor Roosevelt, che per dedicarsi alle incombenze originate dall’elezione del marito nel 1932, rinunciò volontariamente alla amata carriera da insegnante.

Non per questa scelta, oggi probabilmente anacronistica, la storia la considera una First Lady di serie B.

E allo stesso modo, è stato brillantemente osservato in un articolo del New York Times di Alisha H. Gupta, accadde per la moglie del presidente Eisenhower negli anni 50’.

Alla celebre Mamie Eisenhower venne affidato il ruolo ufficioso di house manager, ovvero di padrona di casa, a cui la donna gioviale ed affabile si dedicò di buon grado, intrattenendo garbatamente ma calorosamente gli ospiti degli eventi ufficiali, diventando presto un’icona di energica femminilità.

Ed uno spessore mediatico ancora maggiore ottenne certamente la celeberrima Jaqueline Kennedy nei primi anni 60’; alla affascinante First Lady spettò certamente il merito di essere riuscita a brillare di luce propria a fianco di un uomo che abbagliò con la propria reputazione, immagine e battaglia politica la prima vera società “di massa” della storia,

Alla moglie di JFK si devono infatti la ridecorazione e l’ammodernamento della Casa Bianca e gli storici tour guidati alle opere di pregio artistico della dimora presidenziale.

Se solo con Claudia Johnson, moglie di Lindon Johnson, si vide la prima ufficiale partecipazione di una First Lady ad iniziative di natura strettamente politica (come le campagne di sensibilizzazione ambientale), oggi si può dire che l’apporto della First Lady alle decisioni del Presidente sia una realtà pacificamente accettata.

Sorvolando sulla descrizione che del fenomeno veniva fornita nella compianta serie “House of Cards”, è certamente più di un vago sospetto che Bill Clinton si sia avvalso dell’esperienza della moglie durante il mandato, soprattutto sullo spinoso dossier della riforma del sistema sanitario.

Ma questa circostanza non pare essere entrata in collisione con altri aspetti del lavoro di First Lady, a cui Hillary Clinton si dedicò con eguale interesse ed abnegazione: rimangono infatti agli annali vari libri di ricette, economia domestica e vita familiare scritti dal futuro Segretario di Stato Clinton.

Ciò è una chiarissima dimostrazione del fatto che quella di First Lady, stando sempre all’articolo di Alisha H. Gupta, è una carica prettamente sociale, che inevitabilmente riflette le aspettative dei cittadini ed un modello personale e familiare in cui gli americani, da sempre, tendono a volersi riconoscere.

Non è certamente una deminutio dedicarsi ai progetti di rifacimento dei giardini della Casa Bianca, o alle decorazioni natalizie della Cross Hall e del Grand Foyer, come ha fatto l’attuale First Lady non più di qualche settimana fa.

Ciò che sfugge agli infervorati critici di Joseph Epstein è che la sostanza della carica di First Lady non muta qualunque sia il modo in cui la moglie di un Presidente scelga di completare l’operato del marito.

Quasi certamente ci si può aspettare una influenza delle esperienze dirette di Jill Biden sulle future riforme scolastiche che il governo del marito Joe proporrà al Congresso nei prossimi quattro anni, ma essa sarebbe stata altrettanto convincente ed appassionata anche se proveniente da una First Lady sprovvista del titolo di doctor.

I titoli non sono tutto, soprattutto nella storia americana. Basti ricordare cosa si scriveva di George Washington: “he was so ignorant, that he had never read anything, not even on military affairs : he could not write a sentence of grammar,nor spell his words” (nelle parole di Timothy Pickering, riferite da Thomas E. Ricks in “First Principles”).

Vita da ex : focus sugli ex Presidenti

Mancano solo 39 giorni all’Inauguration Day, data in cui il nuovo Presidente americano ed il suo Vice Presidente presteranno solenne giuramento ponendo ufficialmente le fondamenta di una nuova amministrazione statunitense.
Nonostante il contenzioso elettorale infuri proprio in queste ore all’interno delle giurisdizioni statali (tra le altre, Arizona, Wisconsin e Georgia) e sembra stia per approdare (probabilmente con dubbia fortuna) anche al vertice dell’ordinamento giudiziario federale – con la causa instaurata dall’Attorney General del Texas Ken Paxton presso la Corte Suprema degli Stati Uniti – pare opportuno soffermarsi su una figura di cui gran parte dei media già discute sin dal 4 Novembre scorso.
La figura in questione è quella dell’ex Presidente.
Al di là delle attività che i singoli occupanti dell’Oval Office svolgono a titolo personale dopo la scadenza del mandato presidenziale, è interessante approfondire lo status che pertiene all’ex capo di Stato americano successivamente al trasloco dal 1600 di Pennsylvania Avenue.
È indubbio che molti degli ultimi ex presidenti abbiano mantenuto uno stile di vita che consente loro di continuare, mantenendo un profilo più basso, il sostegno ai valori politici e civili di cui sono stati espressione durante il loro mandato.
Si pensi all’intensa attività di conferenze dell’ex Presidente Bill e della ex First Lady e poi Segretario di Stato Hillary Clinton, iniziata nel 2001 a pochi anni dall’addio traumatico di Bill alla Casa Bianca e tutt’ora in corso.
Attività senza dubbio redditizia, calcolando (fonte CNN, 06.02.2016) che la coppia incassa in media $200.000 per ogni discorso, giungendo ad accumulare ben $153 milioni nei primi quindici anni di conferenze itineranti.
Ma la famosa coppia non è l’unica che pare essersi dedicata con lungimiranza al settore strategico della comunicazione: anche l’ex Presidente Obama e sua moglie Michelle, oltre alla pubblicazione di libri subito best sellers, si sono fatti largo nell’industria dell’informazione e dell’intrattenimento.
È infatti stata recentemente (2018) annunciata, senza molti riflettori puntati sull’avvenimento, la partnership dell’ex capo di Stato democratico con il colosso dello streaming Netflix, suggellata dalla costituzione di una società di produzione denominata “Higher Grounds Productions”.
Quest’ultima ha orientato la sua attività sulla realizzazione di contenuti ispirata ai valori che più hanno caratterizzato le battaglie ideologiche del quarantaquattresimo presidente americano: antirazzismo, inclusività, uguaglianza.
La neonata casa produttrice ha già in cantiere, oltre a progetti di serie dedicate ai bambini in età prescolastica e ad un backstage del libro “Becoming” della ex First Lady, un documentario sulla vita degli studenti afroamericani, questa volta in partnership con un altro player di primo piano nel mondo della comunicazione digitale, ovvero Instagram, per mezzo di una ulteriore organizzazione facente parte della galassia Obama, la “Reach Higher”.
La stessa capillare presenza mediatica non si potrebbe certamente attribuire all’ex Presidente George W. Bush, che dall’addio alla Casa Bianca ha fatto perdere le tracce di sé, preferendo dedicarsi alla filantropia e alla pittura, conducendo una vita pressoché limitata alla sua città di residenza, Dallas.
Non sembra di poter affermare che il Presidente Trump si accontenterebbe di una uscita di scena dimessa simile a quella del suo ultimo omologo repubblicano, dato che molte insistenti voci lo vedrebbero, in caso fallissero tutti i tentativi di riesame dei recenti risultati elettorali, a capo di un nuovo network televisivo di impronta conservatrice.
L’idea ha preso sempre più corpo negli ultimi mesi, a parere di alcuni anche negli ultimi anni, quando il Presidente Trump ha manifestato costante disappunto nei confronti della rete Fox News, che pare aver abdicato al suo ruolo tradizionale di “roccaforte” televisiva del partito repubblicano, specialmente nel periodo post-elettorale.
Molti non escludono nemmeno l’ipotesi di una ricandidatura del tycoon per il 2024, anno in cui però Donald Trump avrà ben 78 anni, soglia anagrafica che già ora fa raggiungere un record non rassicurante al President Elect Joe Biden come futuro Presidente più anziano della storia.
Ma è interessante considerare, in via più generale, le attribuzioni di cui godono gli ex presidenti in quanto tali.
Innanzitutto, agli ex inquilini della Casa Bianca viene garantito un trattamento pensionistico pari a quello di un Segretario di Gabinetto, ovvero di circa $200.000 annui.
Spetta inoltre alla General Services Administration (GSA) fornire agli ex capi di stato, a partire dai sei mesi successivi alla scadenza del mandato, i fondi necessari per mantenere un ufficio e dotarlo di adeguato staff, in qualunque punto degli Stati Uniti.
Come si illustrava in precedenza, gli ex Presidenti spesso sono variamente impegnati in viaggi interstatali o intercontinentali, per proseguire nella loro attività lavorativa in senso lato politico-divulgativa.
Ebbene, anche queste spese per le trasferte sono coperte dall’erario, e raggiungono un milione di dollari di rimborsi per al massimo due membri dello staff, oltre a $500.000 per spese di viaggio e sicurezza personale della ex First Lady o nuova consorte dell’ex Presidente.
Tra gli altri benefits, si possono elencare quelli che coprono spese sanitarie, garanzia peraltro estesa a tutti gli ex impiegati federali americani.
Come si è avuto modo di osservare nel Dicembre del 2018, alla morte del Presidente George Herbert Walker Bush, tutti gli ex Presidenti hanno diritto ad un funerale di Stato con pieni onori militari in quanto Commander in Chief, tanto che ad ogni ex capo di Stato è concessa l’opzione di essere sepolto al cimitero nazionale di Arlington, privilegio riservato soltanto ai membri delle forze armate.
È inoltre noto che ai Presidenti in pensione è possibile fornire briefings riservati di sicurezza nazionale, oltre alla garanzia di una protezione vita natural durante da parte dei servizi segreti.
I costi di tale notevole benefit sono, come prevedibile, classificati.